Non buttiamoci giù

Non buttiamoci giù è il romanzo del noto scrittore londinese Nick Hornby pubblicato nel 2005, da cui un paio di anni fa è stato tratto l’omonimo film.

Non buttiamoci giù: letteralmente o metaforicamente?

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La notte di Capodanno, statisticamente la notte in cui il numero di suicidi è più elevato, quattro insoliti personaggi si ritrovano sul tetto della Casa dei Suicidi a Londra, con l’intenzione, anzi la decisione, di buttarsi giù. I quattro non potrebbero essere più diversi tra loro, infatti, non credo che avrebbero potuto conoscersi in altre occasioni.

Martin Sharp, personaggio televisivo con la carriera ormai rovinata per essere stato a letto con una minorenne, è il primo a salire sul tetto. Dopo lo scandalo ha trascorso del tempo in carcere, ha divorziato e non vede più le sue due figlie, e nessuno gli fa offerte lavorative degne di nota. Perché non dovrebbe buttarsi di sotto?

La seconda a comparire è Maureen, donna di mezza età che non desidera nulla di più di una vita normale, cosa per lei piuttosto improbabile visto che si trova sola ad occuparsi di un figlio gravemente disabile, Matty, a cui dedica tutto il suo tempo.

Jess è un’adolescente ribelle che è stata rifiutata da Chas, è una tipetta molto particolare (e volgare) che mi ha conquistata subito. Reagisce in modo spropositato agli avvenimenti, è la figlia del Viceministro dell’Educazione e sua sorella è scomparsa un paio di anni fa.

“E così sono io: soffro di poca fantasia. Potrei fare quello che voglio, ogni giorno della mia vita, e a quanto pare quel che voglio è sclerare di zucca e litigare con tutti. Dirmi che potrei fare tutto quello che voglio è come levare il tappo dalla vasca da bagno e dopo dire all’acqua che può andare dove vuole. Voi provate, e vedrete che succede.”

L’ultimo ad arrivare sul tetto è JJ, ragazzo americano che consegna pizze, racconta agli altri di avere un cancro incurabile al cervello e spesso si ritrova a mediare tra le parti.

“Problema della mia generazione è che ci sentiamo tutti dei geni del cazzo. Far qualcosa per noi non è abbastanza, e neanche vendere qualcosa, o insegnare qualcosa o solamente combinare qualcosa: no, noi dobbiamo essere qualcosa. E’ un nostro inalienabile diritto, in quanto cittadini del ventunesimo secolo. Se Christina Aguilera o Britney Spears o qualche altro coglione di Idolo Americano possono essere qualcosa, perché io no? Dov’è quel che mi spetta? […] Ma avere talento non è mai abbastanza per renderci felici, giusto?”

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Sembra che ognuno di loro abbia degli ottimi motivi per togliersi la vita, ma dopo una lunga discussione, decidono di accompagnare Jess da Chas, in modo che possa dirgliene quattro. Così passa la notte di Capodanno e la mattina seguente, mentre fanno colazione, decidono di tenere duro altre sei settimane, cioè fino a San Valentino, il secondo giorno per numero di suicidi. Grazie a questo patto, iniziano a sentirsi una gang, quindi a sentirsi più vicini e meno soli.

“Magari, non lo so… Rivivere gli ultimi quindici anni o che. Finire il liceo. Dimenticarmi della musica. Diventare il tipo di persona disposta ad accontentarsi di quello che è invece che di quello che vuole essere, hai capito?”

Subito, però, scoprono che Chas ha raccontato la loro storia ai giornali, così si incontrano di nuovo e decidono di, ormai che ci sono, inventare una storia interessante da vendere ai media, in modo da guadagnarci qualcosa. Con questo guadagno decideranno poi di andare in viaggio tutti assieme, a Tenerife. Purtroppo non si rivela un’ottima idea, infatti, i quattro litigano tra loro e ritornano a Londra per niente soddisfatti e divertiti.

A San Valentino, riunitisi sul tetto della Casa dei Suicidi come concordato, incontrano un altro ragazzo che si sta per buttare giù e, nonostante loro cerchino di dissuaderlo, poco dopo si lancia nel vuoto. I personaggi restano tutti molto segnati da quest’esperienza e decidono di darsi ancora qualche settimana.

Nel frattempo Jess organizza un incontro tra i quattro “aspiranti suicidi” e i loro parenti e amici. Ci sono i genitori di Jess, l’ex moglie, le figlie e la nuova ex ragazza di Martin, il figlio di Maureen con due infermieri, un vecchio amico e l’ex ragazza di JJ. Per alcuni questo incontro si rivela d’aiuto, ma non per altri.

“Quello che ho ammesso era: non avevo voglia di suicidarmi perché odiavo la vita, ma perché l’amavo. E il nocciolo della questione, per me, è che questo è il sentimento di un sacco di gente che pensa a uccidersi: credo che anche Maureen e Jess e Martin si sentano così. Loro amano la vita, ma gli è andato tutto a culo completo, ed è per quello che li ho incontrati, ed è per quello che non ci siamo ancora divisi.”

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Questo è stato il primo libro di Nick Hornby che ho letto e non sono rimasta molto soddisfatta. Sì, è una storia simpatica, di compagnia, ma ha uno svolgimento secondo me troppo lento, oltre ad essere quasi ridicolmente irrealistica.

Innanzitutto, è molto improbabile che quattro aspiranti suicidi si incontrino con l’idea di togliersi la vita e dopo un paio di settimane vanno a divertirsi in vacanza, rimandando continuamente il momento in cui farla finita (tra l’altro tutti assieme, come avessero un solo cervello in quattro). Può essere il pretesto, magari piuttosto irrilevante, e quindi chiudiamo un occhio, va be’. Secondo: questi quattro personaggi, come ho scritto, sono diversissimi tra loro, quindi è prevedibile che litighino continuamente, ma poco dopo, chissà come, hanno già fatto pace.

Inoltre, soprattutto nella prima parte del libro, molti avvenimenti vengono narrati da più personaggi (ci sono, appunto, quattro voci narranti). Il lettore, dopo la prima volta, sa già di cosa si sta parlando e di conseguenza si annoia, anche perché il ritmo viene molto allungato. Per di più, non so se per scelta dell’autore o del traduttore o per cos’altro, tutto il libro è incredibilmente sgrammaticato, cose da far venire i brividi. Forse si tratta di un tentativo di differenziare i personaggi attraverso il loro modo di parlare.

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Il film, se possibile, si avvicina al ridicolo ancor più del libro. Cosa che non mi sarei aspettata, vedendo il cast: Pierce Brosnan, Toni Collette, Aaron Paul e Imogen Poots. Interpretazioni piuttosto mediocri (forse ad eccezione di Toni Collette) per una storia piatta, prevedibile e molto lontana dall’originale. Almeno non si è rivelato noioso, nonostante fosse palesemente finto.

Il tema del suicidio è affrontato in modo decisamente troppo leggero e superficiale, non si direbbe neanche che sia l’argomento del libro e del film, solo ogni tanto ci viene ricordato. Tutta la vicenda, che vista con obiettività dovrebbe essere molto drammatica, è invece avvolta da esagerato e falso buonismo.

Fondamentalmente si sarebbe dovuta fare una scelta: presentare un’opera (libro o film che sia) comica senza manipolare il tema del suicidio oppure presentare il suicidio in modo assolutamente più drammatico. Forse la (buona) intenzione di unire due facce di due medaglie diverse faceva sorridere, sta di fatto che né il libro né il film hanno molto spessore, si sono rivelati mediocri e, sebbene un tema del genere dovrebbe arricchire in qualche modo chi si presta ad ascoltare, non mi hanno lasciato niente.

Scelta simpatica per chi non vuole andare nel profondo, piena di pretesti per parlare di altre cose.

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