Dizionario delle cose perdute

Ritorniamo ad un grande autore e artista, il mitico Francesco Guccini, che ha scritto Dizionario delle cose perdute, libro pubblicato da Mondadori nel 2012.

dizionario

Come al solito, il cantautore romagnolo è stato capace di suscitare in me una nostalgia rabbiosa, quasi feroce di epoche che purtroppo non ho mai vissuto, ma che ovviamente mi sarebbe piaciuto tanto assaporare. La sua scrittura è, com’è noto, di alto livello, ma allo stesso tempo molto scorrevole e piacevole.

In questa raccolta, Guccini ci accompagna con ironia e poesia in un passato che appartiene a molti di noi – e se non a noi, sicuramente ai nostri genitori e ai nostri nonni – ma che rischia di andare perduto.

Ogni capitolo tratta di un oggetto o di una situazione o di una persona di ieri, che è necessario risuscitare affinché non cada nel dimenticatoio. Per esempio:

  • la banana: non il frutto, bensì l’acconciatura che tutti i bambini erano costretti dai loro genitori a portare in testa e che oggi risulterebbe ridicola.
  • i cantastorie, che giravano per le piazze annunciando le notizie importanti e che poi sono stati sostituiti dalla radio e dalla televisione.
  • la maglia di lana, fatta in casa dalla mamma o dalla nonna affinché il bimbo non patisse il rigido freddo dell’inverno; veniva indossata giorno e notte e il malcapitato cercava per la maggior parte del tempo di staccarla dalla pelle e di grattarsi. Paradossalmente, anche i costumi da bagno erano di lana, quindi era meglio non bagnarli, altrimenti avrebbero rivelato ciò che coprivano. Al contrario, si indossavano i pantaloni corti anche in inverno.
  • i giochi: proprio quelli che sono stati sostituiti da Play-Station e affini, quelli che si praticavano per strada con tanti altri bambini, come la fionda, la cerbottana, i cariolini, e che erano molto più coinvolgenti di quelli odierni.
  • le sale da ballo, perché, dopo la guerra, la gente aveva voglia di ballare e divertirsi spensierata, e quindi se ne trovavano un po’ ovunque, spesso erano improvvisate e provvisorie.

“Quanti amori saranno nati su quelle piste dai nomi fantasiosi, e quanti svaniti nel volgere di una danza, quante frasi di grande nonscialanza pronunciate fra un ballo e l’altro […], quante coppie si sono formate, hanno fatto figli, hanno vissuto la loro vita e ogni tanto, in pacifica vecchiaia, si ricorderanno forse di quel “balla, signorina?” che ha dato inizio alla loro storia.”

  • la naia, ossia il servizio militare obbligatorio, che era dura, ragion per cui in molti cercavano degli escamotage per evitarla. Sono sicura che i nostri padri potranno confermarlo, alcuni dicono che farebbe bene anche al giorno d’oggi.
  • le sigarette, che fumava chiunque potesse permetterselo. Infatti non si sapeva che “il fumo nuoce gravemente alla salute”, quindi non c’erano divieti: i bambini crescevano in mezzo al fumo e presto seguivano le orme dei genitori. Al tempo c’era la possibilità di comprare anche una sola sigaretta, oppure c’erano i pacchetti, come oggi. La copertina del libro, per l’appunto, illustra l’immagine rappresentativa di una marca di sigarette di una volta e veniva stampata sul pacchetto.
  • il cinema, dove spesso pioveva e la pellicola si rompeva, dove c’erano nubi di fumo perché dentro si fumava. Spesso si entrava che la proiezione era già iniziata e così si restava a vedere anche la successiva, come minimo l’inizio.

“Certo, oggi è più comodo […]. Manca però quel senso di Selvaggio West che c’era nei cinema di una volta.”

Con questa frase si chiude il libro, e io voglio nuovamente ringraziare Francesco Guccini.

guccini

Grazie per avermi fatto viaggiare nel tempo.

Perché la banana l’avrei voluta vedere, perché i nostri vestiti sono più comodi e adatti ma una volta si apprezzavano di più. Perché avrei voluto ballare in quelle sale, dove suonava l’orchestra e non un dj, dove si ballava, si parlava e ci si conosceva e non ci si limitava a dimenarsi e a “rimorchiare”, dove c’era un’elegante poesia e non una squallida mania, ché le discoteche di oggi non sono mica la stessa cosa. Perché avrei voluto essere libera di andare al cinema a qualsiasi orario e rimanerci fino a qualsiasi orario, vedere i film con la pioggia e nel frattempo fumare. E soprattutto perché avrei voluto giocare ai giochi di una volta, giù in strada tutto il giorno con tantissimi bambini, ché una volta era normale mentre adesso è pericoloso, e quindi i genitori preferiscono dare ai figli la Play-Station o il cellulare o simili, non rendendosi conto che è molto più pericoloso così.

Avrei voluto vivere in un momento storico dov’era tutto da riscoprire e da ricostruire, dove si imparava a stare con gli altri e si seguivano le regole e gli esempi, dove il rispetto era un obbligo e non una cortesia e il divertimento era genuino, dove c’erano molte meno inutili distrazioni e si poteva viversi le persone e soprattutto vivere davvero.

Grazie.

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2 pensieri su “Dizionario delle cose perdute

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