Looking for Alaska – Cercando Alaska

Looking for Alaska – Cercando Alaska

Looking for Alaska (2005) è stato il primo romanzo pubblicato dell’autore di libri young-adult John Green, che è ormai mondialmente famoso grazie al successo che hanno ottenuto le sue storie per adolescenti, da due delle quali (per ora) sono stati tratti dei film: Colpa delle stelle e Città di carta, entrambi, a mio parere, con un cast eccezionale e piuttosto aderenti ai romanzi, e che quindi consiglio.

Ho trovato la storia di Cercando Alaska in alcuni punti simile a quella di Città di carta: il ragazzino timido e insicuro invaghito della ragazza bella e ribelle, ma, ciò nonostante, ho apprezzato le sostanziali differenze tra i due romanzi, dal momento che Cercando Alaska è più estremo e a volte un po’ più tetro, arrivando a sfiorare il genere psicologico. Inutile dire che, come c’era da aspettarsi da John Green, questo romanzo si rivela un vero e proprio successo: è scritto bene, scorrevole, con un intreccio che tiene il lettore incollato alle pagine, realistico e commovente, con personaggi ben caratterizzati, e ambientazioni e sensazioni descritte alla perfezione.

looking for aIl romanzo si presenta diviso in due parti, un prima e un dopo. Il Prima è la parte più leggera, il lettore si diverte e si sente coinvolto nelle avventure dei protagonisti, la loro giovinezza sembra eterna. Nel Dopo gli stessi personaggi si troveranno alle prese con qualcosa che è molto più grande di loro e dovranno lottare contro se stessi per ottenere le risposte alle domande che quasi non hanno il coraggio di porsi.

Prima. Il sedicenne Miles Halter (la voce narrante) vive in Florida con la sua famiglia, non ha molti amici a scuola, ma nutre una profonda passione per le ultime parole delle persone famose, citazioni che trova leggendo le biografie appartenenti alla libreria del padre. Proprio una di queste frasi, “I go to seek a Great Perhaps” – “Vado a cercare un Grande Forse” (detta dal poeta François Rabelais appena prima di morire), spinge Miles a voler cercare il suo Grande Forse prima di dover morire.

“I came here looking for a Great Perhaps, for real friends and a more-than-minor life.”

“Sono venuto qui in cerca di un Grande Forse, di veri amici e di una vita più che piccola.”

Decide, quindi, di trasferirsi in Alabama per frequentare la boarding school (simile ad un collegio) di Culver Creek. Lì conosce subito il suo compagno di stanza Chip Martin, basso, povero e interessato agli stati del mondo, che gli presenta Alaska, “the hottest girl in all of human history” (“la ragazza più sexy della storia”). Colta femminista con montagne di libri da leggere nella sua stanza, divertente e intelligente ma anche pazza e stronza, Alaska Young rivela presto una carattere problematico che la porta ad infrangere continuamente le regole della scuola, tirandosi dietro Miles detto Ciccio (“perché sei uno stecchino, si chiama ironia“), Chip detto il Colonnello, Takumi e Lara. Anche Alaska ha la sua ossessione, incarnata dalle ultime parole di Simón Bolívar in Il generale nel suo labirinto di Gabriel García Márquez, parole a cui non sa dare una risposta: “How will I ever get out of this labyrinth!” (“Come farò mai ad uscire da questo labirinto!“). Per quanto la riguarda, il labirinto rappresenta la sofferenza che inguaribilmente caratterizza la vita umana e che lei sembra avvertire più profondamente degli altri.

“I’m not going to be one of those people who sits around talking about what they’re gonna do. I’m just going to do it. Imagining the future is a kind of nostalgia. […] You spend your whole life stuck in the labyrinth, thinking about how you’ll escape it one day, and how awesome it will be, and imagining that future keeps you going, but you never do it. You just use the future to escape the present.”

“Non diventerò una di quelle persone che stanno sedute e parlano di quello che faranno. Lo farò e basta. Immaginare il futuro è un tipo di nostalgia. […] Passate la vostra intera vita bloccati nel labirinto, pensando a come un giorno scapperete, e a quanto sarà fantastico, e immaginando che il futuro vi farà andare avanti, ma non lo fate mai. Usate il futuro solo per scappare dal presente.”

johngreenA Culver Creek c’è anche il gruppo dei Weekday Warriors: i ragazzi più benestanti che restano nella scuola solo durante la settimana, per poi tornare durante il weekend nelle loro case “con l’aria condizionata”. Tra alcuni di loro e i cinque amici si innesca un circolo vizioso di scherzi poco simpatici che rischiano di diventare pericolosi, ma si tratta di comuni ragazzate. La necessità di ricambiare questi dispetti stimola la creatività di Alaska, che, insieme al resto del gruppetto, organizza nel dettaglio un piano geniale per vendicarsi, senza che il preside Starnes, detto l’Aquila, li scopra. Sempre di nascosto, i ragazzi fumano, bevono, si allontanano dalla scuola e trascorrono il tempo in posti dove non dovrebbero essere.

Ovviamente i giovani devono anche studiare e frequentare le lezioni, tra le quali spiccano quelle del Dottor Hyde, vecchio insegnante di religione che Miles considera geniale. Durante quell’anno, il professore sottopone i ragazzi allo studio di Cristianesimo, Islamismo e Buddhismo, facendoli riflettere sugli aspetti in comune che hanno queste tre religioni. Anche grazie agli insegnamenti del Dottor Hyde, Miles riesce a trovare una luce in fondo al tunnel in cui viene catapultato improvvisamente.

Miles racconta come, grazie alle avventure con i suoi nuovi amici, abbia trovato il suo Grande Forse, che consiste proprio nella loro invincibilità. Forse Alaska stessa è il suo Grande Forse, di sicuro l’ha aiutato a scoprirlo. Allo stesso tempo, emerge un po’ alla volta l’instabilità emotiva di Alaska, la quale confessa situazioni passate che ancora la fanno sentire in colpa e impotente. È proprio a causa di questo suo umore altalenante che Miles resta sospeso tra l’odio e l’amore per questa misteriosa ragazza.

“Pudge, what you must understand about me is that I am a deeply unhappy person.”

“Ciccio, quello che devi capire di me è che sono una persona profondamente infelice.”

Dopo. Quando un avvenimento inaspettato sconvolge l’intera scuola, i ragazzi si trovano a fare i conti con sentimenti che non sanno gestire, quali senso di colpa, amore,  paura, biasimo, nostalgia, accettazione, ma anche la vita e la morte stesse, e soprattutto il perdono. Ciò nonostante, si riscoprono più uniti di quanto pensassero, anche con i Weekday Warriors, e i rancori personali passano in secondo piano per far posto alle nuove scoperte che possono farli stare meglio.

“We cannot be born, and we cannot die. Like all energy, we can only change shapes and sizes and manifestations. […] That part of us greater than the sum of our parts cannot begin and cannot end, and so it cannot fall.”

“Non possiamo nascere e non possiamo morire. Come tutta l’energia, possiamo solo cambiare forma e dimensione e modo di manifestarci. […] Quella parte di noi, più grande della somma delle nostre parti, non può iniziare e non può finire, e quindi non può distruggersi.”

Come in Colpa delle stelle e in Città di carta, anche in Cercando Alaska non si fa altro che aspettare un lieto fine che, classico di Green, non arriverà. Questo contribuisce a rendere il romanzo realistico e il personaggio di Alaska più forte e coerente, e lascia il lettore con un grande punto di domanda, fornendogli, però, molte più risposte di quelle per cui aveva fatto domanda.daisy Altamente introspettivo e fedele alla fascia d’età che descrive, l’autore ci regala un libro da leggere tutto d’un fiato, emozionante e spunto di riflessioni.

I personaggi sono definiti a trecentosessanta gradi e, quando si scontrano, sono chiari i punti di vista di uno e dell’altro (per esempio Miles e Chip nel Dopo); John Green stesso è molto capace di cambiare voce a seconda di chi fa parlare (per esempio il Dottor Hyde è sempre reso con tono saggio e autorevole). Per di più le citazioni non sono mai inserite a casaccio, anzi hanno sempre un senso logico e, quindi, vengono richiamate al momento del bisogno. Ogni episodio è significativo anche quando non lo sembra, strategicamente ordinato per essere ricordato quando sarà necessario: ogni cosa è collegata da un filo inizialmente invisibile (per esempio, Alaska e le margherite). Lo scrittore, inoltre, riesce a mantenere per tutta la durata della narrazione un senso di mistero e un alto livello di suspense: nel Prima si prova a capire cosa sta per succedere, cercando di coglierne tutti i segnali, e nel Dopo si indaga sul come e sul perché sia successo.

Non si può non affezionarsi a Miles e al suo gruppo di amici, non si può non restare affascinati dall’infinito enigma che è Alaska, e non si può rimanere indifferenti a questo romanzo. Assolutamente da leggere, anche se si ha già passato l’adolescenza.

(Attenti agli spoiler che si trovano on-line, soprattutto sui siti che vendono il libro e ne descrivono la trama. Insomma, se volete leggerlo, prendetelo e basta, senza curiosare troppo! Inoltre, se ne avete la possibilità, consiglio di leggerlo in lingua originale, poiché non è così difficile e, come ogni romanzo, con la traduzione perde molto.)

 

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Quello che le mamme non dicono – Ma che davvero

Quello che le mamme non dicono – Ma che davvero

Chiara Cecilia Santamaria pubblica questo libro (2010, Rizzoli) dal sottotitolo “Dal Pampero ai Pampers alla ricerca dell’istinto materno” raccogliendo ed integrando i post del suo blog machedavvero.it, aperto quando si scopre inaspettatamente incinta (2008).

Quello che le mamme non dicono vuole sdoganare il tabù della maternità perché, come scopre l’autrice, il web (e la vita reale) è pieno di blog, forum e articoli che ritraggono la madre come una persona che vive in funzione del proprio figlio e che accetta pacificamente questa condizione, perché l’essere genitrice è fonte di indiscutibile felicità e di amore incondizionato fin dall’inizio. Sì e no: certo che si ama il proprio figlio, più lo si conosce e più lo si ama; ma anche una madre prima di tutto è una donna, un’essere umano con i suoi interessi, i suoi sogni e bisogni, il suo lavoro.

quellochelemammeQuesta storia non narra l’amore a prima vista tra madre e neonato, non segue la linea serenamente rassegnata del “questo è difficile, ma con un bambino piccolo è così”, perché è irreale (forse non per tutte, ma per tante). Ed è proprio con i piedi per terra e con una buona dose di ironia che l’autrice ci racconta la sua vicenda, conquistando migliaia di donne che, magari, non hanno avuto l’imprinting col test di gravidanza positivo. Il suo obiettivo come madre, consapevole che la sua vita per forza cambierà, è quello di restare fedele a se stessa. Molto più che solamente mamma.

Il suo obiettivo come scrittrice è liberare la maternità dagli stereotipi a cui è associata.

Chiara è una ventisettenne classica, che ama uscire con le amiche, fare shopping, bere aperitivi e drink, viaggiare, e che ha da poco iniziato a convivere col suo ragazzo.

“Avevo l’iPod nelle orecchie e addosso la sensazione meravigliosa e frizzante di chi davanti a sé ha mille possibilità e non deve far altro che scegliere. Potevo essere qualsiasi cosa. Potevo andare ovunque. Potevo far ripartire la mia vita da zero, se solo avessi voluto.”

Quando scopre di essere incinta (“Ma che davvero?” esclama vedendo le due lineette sul test) sta lavorando a progetto per un’azienda che, a causa della sua gravidanza, non le rinnova il contratto. Ecco che si ritrova disoccupata, sempre più panciuta e con mille dubbi che le affollano la mente: riuscirà ancora a sentirsi felice? Ad essere se stessa? A non diventare succube di quella maternità totalizzante che per la società sembra essere l’unica alternativa? Vede in giro le altre mamme, così lontane dal suo essere, e sente che sta per entrare in un universo a cui non appartiene.

Dopo la terrorizzante confusione iniziale, la coppia decide di tenere il bambino, anzi la bambina, anzi “la nana“, come la chiama lei. Tra confronti e racconti che fanno sorridere, racimolati da conoscenti e sul web, i due devono pensare al nome, far fronte all’ordine di riposo per la futura mamma imposto dalla ginecologa, acquistare tutto l’occorrente per la neonata e cercare di farlo entrare in un bilocale che per due era perfetto, ma per tre è stretto.

Pian piano Chiara riesce a far amicizia con l’idea di diventare mamma e, tra mille domande e paure, dedica a sua figlia pensieri un po’ su tutto, scrivendoli su un quaderno rosso a righe con la copertina rigida.

“Peccato, non ricorderà la sua nascita, il suo primo respiro, il modo in cui l’avrei tenuta tra le braccia. I nostri sorrisi attorno a lei. Non ricordiamo mai il periodo della vita in cui siamo più amati in assoluto.”

Dopo il parto, la mamma si trova alle prese con poppate, pannolini, coliche, biberon e ciucci da sterilizzare, e parenti che vengono a trovare la nuova arrivata, Viola, soprannominata Polpetta per la forma del suo viso. Ma il vero problema è l’estenuante e ricorrente mancanza di sonno, che le impedisce di recuperare e prendersi cura di se stessa. Riconosce, appunto, che dentro di lei sta avvenendo una guerra tra due Chiara: quella che era e la madre. Infatti, lei vorrebbe riuscire a fare quello a cui si dedicava prima, cioè lavorare, viaggiare e uscire spensierata, e contemporaneamente vuole prendersi cura della sua bambina, ma per le persone intorno a lei, questo sembra impossibile.

chiaraceciliasantamariaSono tante cose. Tra queste, ora sono anche madre. […] Le priorità erano cambiate, e mia figlia veniva prima di tutto. Ma continuavo ad esserci anch’io. […] C’erano cose che non intendevo lasciare indietro. Cose che non ero disposta a sacrificare.”

Finalmente l’autrice si sprona per rimettersi in sesto, anche grazie a Olga, la signora che la aiuta con le pulizie di casa. Ecco che va dall’estetista, dal parrucchiere, a fare shopping e aperitivi con le amiche, chiedendo l’aiuto della madre per badare a Polpetta. Lei e Lui riescono perfino a ritagliarsi un weekend come coppia, visto che con la figlia il concetto stesso di vacanza si annulla. Col tempo, la mamma riesce a ritrovare un equilibrio, capisce che proprio il suo benessere è necessario per far star bene Viola, e riesce a conciliare con la vita da madre anche il suo nuovo lavoro da freelance.

Mentre Viola cresce, la famiglia si trasferisce in un’altra zona di Roma, poiché avevano bisogno di una casa più grande. L’autrice vorrebbe trovare nuovi amichetti per la Polpetta, ma la differenza con le altre madri è così abissale da farle incontrare più di qualche difficoltà: parlano sempre e solo di figli, pappe, pannolini, nient’altro. Allo stesso tempo capisce che deve mettere le esigenze della figlia davanti al resto, per esempio è il caso di rinunciare ad una cena coi parenti se lei è troppo stanca, perché diventerebbe iperattiva e capricciosa tutta la sera.

Col passare del tempo madre e figlia riescono ad interagire sempre di più: un sentimento indissolubile le lega, innegabile e indistruttibile anche se non sempre è rose e fiori. Viola, individuo ben distinto dalla madre e con una propria personalità, le ha permesso di crescere, l’ha fatta innamorare seguendo la strada più tortuosa, ma ce l’ha fatta, e durerà per tutta la vita, questo amore. Chiara si riscopre una madre coi propri limiti e difetti, ma anche migliore di come si aspettasse e soprattutto dedita alle necessità della figlia e ai suoi sentimenti.

Secondo lei, conclude, in maternità va bene tutto: basta essere felici. E fare qualcosa per se stesse, nonostante gli ostacoli che si possono incontrare mentre si cerca il proprio modo per essere buone madri, lasciandosi sempre guidare dal proprio figlio.

violaCon la sua ironia distintiva, Chiara Cecilia Santamaria ci lascia conoscere il suo viaggio con la piccola Viola tramite questo libro straordinario, divertente, da leggere tutto d’un fiato. E soprattutto sincero, trasparente, reale. Forse carico di parole che non solo le mamme hanno bisogno di sentire. Sa descrivere con maestria e semplicità le due facce della medaglia, la solitudine che ha provato all’inizio del suo percorso, la voglia di mollare tutto e fuggire, ogni tanto, ma anche l’amore per sua figlia, che va oltre gli altri amori, e la gioia  inaspettata nell’averla accanto a sé, con tutte quelle piccole cose che rendono grandi e unici questi rapporti. Il suo sarcasmo permette di sdrammatizzare anche sugli argomenti più crudi e tosti, e la sua forza d’animo un po’ alla volta fa sì che la maternità si trasformi da sfida con noi stesse, con la società o la famiglia, coi figli o col partner, in una piacevole vittoria al sapore di felicità.

“Poi succede che un giorno conosci tua figlia. […] È il momento in cui useresti la frase “farei di tutto per lei”, perché è l’attimo in cui ti accorgi che quell’amore è diverso da tutto perché è inevitabile. Non si sceglie. Non ci si innamora. È così e basta. È solo un circuito dentro di te che si è richiuso: adesso tutto funziona. Lei è entrata in circolo insieme a te.”

Ma che davvero? Sì, davvero.

Il linguaggio segreto dei neonati

Il linguaggio segreto dei neonati

Il linguaggio segreto dei neonati (305 pagine) è un saggio scritto da Tracy Hogg con la collaborazione di Melinda Blau, pubblicato da Mondadori nel 2002 e quindi, purtroppo, un po’ obsoleto. L’autrice, infermiera e ostetrica inglese emigrata in America, viene soprannominata “la donna che sussurra ai bambini“, infatti, è nota come professionista capace di ascoltare e capire i neonati, prestando attenzione al loro pianto e al linguaggio corporeo. Ritengo che, se non fosse morta nel 2004 a soli quarantaquattro anni, Tracy Hogg avrebbe scritto e pubblicato saggi più aggiornati.

Un fatto che molti criticano è che nel libro non ci sia una vera e propria bibliografia a cui fare riferimento, ragion per cui non avrebbe alcun valore scientifico, e che la Hogg affermi tesi completamente in contrasto con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dal mio punto di vista (abbastanza ignorante – premetto), invece, è da apprezzare che esponga i fatti come lei li ha vissuti e le sue opinioni da essi derivanti, proprio perché le “regole” lingneonati.jpguniversali possiamo trovarle tutti, ma spesso si rivelano necessari alcuni trucchi del mestiere e sapere che i suoi hanno funzionato con tanti neonati li rende molto credibili. Ecco perché, secondo me, questo libro non è da considerarsi come un manuale, bensì come la filosofia di Tracy Hogg, la sua arte del mestiere, il suo racconto. Dopotutto anche molti pediatri e medici hanno idee tra loro contrastanti, non per questo sono meno valide: dipende dalla corrente di pensiero. Detto questo, ritengo questo saggio un aiuto da cui prendere spunto, ma non da seguire alla lettera, in quanto credo che ogni genitore abbia un sesto senso e un intuito che sicuramente gli permettono di conoscere il proprio figlio più di qualsiasi libro o manuale.

Sono venuta a conoscenza di questo libro mentre cercavo informazioni online sull’alimentazione e lo svezzamento dei neonati e, poiché l’estratto che ho letto mi è sembrato molto interessante, ho deciso di acquistarlo (12,75€ su Amazon). L’ho comprato principalmente perché appariva diverso dai soliti manuali sui bambini e perché il linguaggio dell’autrice era colloquiale e semplice, come se fosse una vecchia amica che ci racconta la sua esperienza.

Innanzitutto, la Hogg spiega come un bambino non sia un’entità senza personalità, bensì una persona, un essere umano con il suo carattere e che dobbiamo rispettare, chiamandolo col suo nome, parlando con lui e non a lui, avvisandolo quando lo prendiamo in braccio, gli cambiamo il pannolino, lo mettiamo a nanna, gli diamo da mangiare. Forse non è in grado di intendere le nostre parole, ma sicuramente sa cogliere la differenza tra un tono gentile e premuroso e uno autoritario. Inoltre bisogna ascoltarlo, capire le sue esigenze ed essergli di supporto affinché diventi autonomo senza che diventiamo apprensivi o troppo invadenti.

L’autrice individua cinque tipi di neonato (angelico, da manuale, sensibile, vivace e scontroso); spesso un bambino si trova a cavallo tra due o più categorie, poiché ognuno è diverso dall’altro, ma identificarlo rende più facile capire, per esempio, come calmarlo. Suggerisce, a tal proposito, di sussurrargli “sshhh… ssshhh…” perché gli ricorda il rumore a cui era abituato nel ventre materno. Sostiene anche che sia importante insegnargli a calmarsi da solo, per esempio lasciando che si ciucci il pollice, gesto che lo fa sentire meglio e realizzato poiché è lui che lo controlla, al contrario del ciuccio, che è gestito da un adulto, e di cui la donna che sussurra ai bambini incoraggia l’uso ma non l’abuso.

IMG_8215Il metodo su cui si basa l’esperta è il programma E.A.S.Y.: Eat, Activity, Sleep, You. Prevede di instaurare il prima possibile una routine flessibile che il neonato possa seguire facilmente e che allo stesso tempo lasci il tempo ai genitori di prendersi cura di loro stessi, aiutandoli a capire più facilmente i bisogni del bambino, che è un essere molto abitudinario, e che quindi impara le abitudini dei genitori (anche quelle negative).

Eat. Per quanto riguarda i momenti della pappa, Tracy Hogg sostiene che l’ideale sia una via di mezzo tra l’allattamento a richiesta (il bambino detterebbe l’ordine e in famiglia regnerebbe il caos) e a schema fisso (troppo rigido e in cui si rischia di non ascoltare i bisogni del neonato). Parla ampiamente anche di allattamento (al seno e/o con latte artificiale), ma ritengo che non tutte le informazioni siano esatte: mentre alcune sono precise ed esaustive, altre si rivelano lacunose. Dà, inoltre, indicazioni sullo svezzamento, consigliando con quali alimenti cominciare e quali devono essere inseriti più tardi, invitando in ogni caso a consultare il pediatra.

“L’amore per il cibo è uno dei regali più belli che possiate fare al vostro bambino. E una dieta ben equilibrata gli darà l’energia necessaria ad affrontare la giornata.”

Activity. In questo capitolo l’autrice ci invita a far sì che il neonato si senta sicuro nell’ambiente che lo circonda, così potrà esplorare ed imparare, attraverso il supporto dei genitori, che devono rispettare il suo naturale ritmo di sviluppo. Non è necessario stimolare troppo il bambino, che, sentendosi a suo agio, svilupperà un senso di indipendenza. Sì alla musica, alla lettura, alle fotografie, ma senza esagerare. Bisogna essere attenti a cogliere i segnali di stanchezza del piccolo in modo da privarlo degli stimoli eccessivi (per esempio un giocattolo), magari perché vuole riposarsi. Allo stesso tempo, man mano che cresce, la Hogg suggerisce di non rimuovere dagli scaffali più bassi tutti gli oggetti che non vogliamo che tocchi, bensì di insegnargli a rispettarli (“questo non è un giocattolo”).

L’esperta ci rivela alcune linee guida, forse fin troppo precise, per il cambio di pannolino, per un ottimo bagnetto e per un massaggio rilassante. Soprattutto in questo caso, sostengo che ognuno di noi deve scoprire ciò che è più gradito al proprio bambino.

“I neonati e i bambini piccoli pensano, osservano e ragionano. Esaminano ciò che vedono, traggono conclusioni, fanno esperimenti, risolvono problemi e cercano la verità. […] Anche il bambino più piccolo conosce già molte cose sul mondo e si adopera attivamente per saperne di più.” -A. Gopnik, A. N. Meltzoff, P. K. Kuhl

Sleep. Il “sonno ragionevole” che propone la Hogg, sostiene, si trova tra il co-sleeping (il bambino dorme nel letto dei genitori e lo si fa addormentare con le coccole) e il Ferberizing (il bambino viene messo nella culla ancora sveglio e lo si lascia piangere ogni volta per un tempo leggermente più lungo della precedente affinché impari a calmarsi). La sua via di mezzo, afferma, rispetta i bisogni di tutta la famiglia.

“I bambini hanno bisogno di imparare ad addormentarsi da soli; hanno bisogno di sentirsi tranquilli e al sicuro nella propria culla. D’altro canto, hanno anche bisogno del nostro conforto quando sono in difficoltà.”

Spiega che è difficile cambiare le abitudini che fin dall’inizio abbiamo tenuto col neonato, per esempio addormentarlo in braccio o in passeggiata, ma è possibile con costanza e pazienza. Sempre seguendo quest’esempio, il bambino piangerà se viene messo sveglio nella culla e non saprà come addormentarsi; è il caso di riprenderlo in braccio ma solo finché non si sarà calmato, poi riposizionarlo nel lettino, e via così per tante, tantissime volte, finché non si sarà abituato a quell’ambiente: si sentirà tranquillo e si addormenterà. L’autrice spiega che ha dovuto prendere in braccio e rimettere giù centinaia di volte in una notte alcuni bambini, ma alla fine ha avuto successo.

tracyhoggAl riguardo, penso che non sia accurato farne una regola da seguire alla lettera e in qualsiasi circostanza. Prima di tutto perché ogni bambino è diverso e quello che funziona con uno potrebbe non funzionare con un altro, in secondo luogo perché anche un solo bambino ha infiniti stati d’animo, proprio come noi, quindi è ottimo insegnargli ad addormentarsi da solo nella sua culla, ma allo stesso tempo non bisogna vietare l’eccezione.

Ad esempio: se è sul divano la sera con mamma e papà, credo sia bello tenerlo in compagnia e lasciarlo prendere sonno per poi trasferirlo, invece di spostarlo come un pacco per metterlo “lì dove dovrebbe essere” prima che si sia addormentato. Altro esempio: se si è fuori a fare una passeggiata o a cena in compagnia, ritengo vada bene che il bambino prenda sonno nel passeggino, anche perché, suppongo, impara ad adattarsi. Si tratta proprio della flessibilità che lei incoraggia per il metodo E.A.S.Y., a mio parere, mentre lei stessa a volte rischia di apparire piuttosto estrema.

You. Tracy Hogg sostiene che la persona che si occupa del bambino a tempo pieno (spesso la madre) debba prendersi delle pause e, soprattutto nel primo periodo, riposarsi ogni volta che è possibile. Ritagliarsi, insomma, un po’ di tempo libero, magari quando il figlio dorme o gioca da solo, per fare qualcosa che le piace. Suggerisce anche di chiedere aiuto, al papà, ai nonni, a una baby-sitter, in modo da trascorrere del tempo fuori casa e senza il neonato, a passeggiare, con le amiche, a fare shopping. Si rivela importante, quindi, anche l’equilibrio dei ruoli di mamma e papà: ci si possono dividere i compiti e collaborare, senza i nervosismi tipici del primo periodo, anche allo scopo di preservare o recuperare l’intimità.

Questo capitolo tratta anche del “ritornare a lavoro”: l’autrice dà alcuni consigli su come scegliere chi si occuperà del bambino e sottolinea l’importanza di coltivare i propri sogni da adulto, senza sentirsi in colpa.

“Sentirsi in colpa significa sprecare il tempo prezioso che ci è concesso sulla Terra. […] Ripetete questo mantra ogni volta che vi sentite in colpa: «Avere tempo per me non vuol dire fare del male al mio bambino».”

Accenna brevemente, tra l’altro, anche ai problemi che possono verificarsi in casi di gravidanze o parti particolari, per esempio le adozioni o i parti gemellari, o nel caso in cui il bambino nasca prematuro o con qualche problema: si raccomanda, una volta superato il primo periodo, di trattare il proprio figlio come un bambino normale. Anche la sua secondogenita è nata prematura di sette settimane.

Conclude descrivendo l’ABC per rimediare agli errori involontari, cioè quelle abitudini che i nostri figli acquisiscono senza che noi ne abbiamo l’intenzione (il solito esempio del neonato che dorme a letto con i genitori e non sa addormentarsi sul suo lettino). A sta per antefatto, quindi cosa facevamo prima? Cos’abbiamo fatto per il bambino? B indica il comportamento del bambino che reagisce all’antefatto. E C significa conseguenze, cioè il risultato di A e B. Il problema è che, spesso e involontariamente, l’antefatto si ripete tanto da instaurare un’abitudine nel neonato, che la percepisce come la regola. Per modificare le conseguenze, quindi, è necessario fare qualcosa di diverso. Più il bambino sarà grande, più tempo sarà necessario per procedere passo per passo. Ecco perché è bene instaurare da subito le abitudini che vogliamo mantenere.

linguaggioPremettendo che ho apprezzato molto questa lettura, devo ammettere che, a mente fredda, non posso non notare alcuni difetti. Primo fra tutti l’autoesaltazione eccessiva dell’autrice, che mi era parsa molto più umile leggendo l’introduzione. “Non esiste un bambino che non sia riuscita a calmare o a capire” mi sembra una frase piuttosto pretenziosa, così come quando parla di quanto lei abbia cresciuto bene le sue figlie, mentre gli altri genitori sbagliano comunque qualcosa (forse perché non hanno chiesto il suo aiuto?). Proprio perché, come ho scritto prima, lo considero un libro soggettivo piuttosto che un manuale, ho deciso di vederlo come una raccolta di consigli, ma non come legge. Penso che sia fin troppo personale e senza filtri (chi lo scrive è la stessa che ha compiuto le azioni) per poter essere preso come oro colato. Sicuramente è rassicurante leggere delle famiglie che Tracy Hogg ha aiutato col suo metodo e grazie al suo dono, ma senza dubbio bisogna selezionare accuratamente le informazioni e metterle sulla bilancia. Inoltre appare un libro incentrato sulla pratica, che descrive la giornata coi bambini quasi meccanica, come se davvero la sequenza fosse solo dar loro da mangiare, lasciare che giochino, lavarli e cambiarli e metterli a dormire per poi occuparci di noi stessi. Dal momento che tutti sanno che non è assolutamente solo questo, io, forse ingenuamente, mi aspettavo un po’ più di pathos, di sensazioni, che dopo i primi capitoli rapidamente svaniscono fino a diventare solo uno sfondo indefinito.

Un’ostetrica con cui mi sono confrontata pensa che il metodo E.A.S.Y. sia utopico e difficilmente applicabile: ogni neonato è diverso, ha bisogni diversi e modi diversi di esprimerli. Il che mi ha lasciata un po’ perplessa perché anche le infermiere che ho conosciuto in patologia neonatale ci hanno rivelato alcuni “segreti” per decifrare il linguaggio del corpo dei neonati, gli stessi che poi ho ritrovato in questo libro, quindi sono convinta che, con tutte le sfumature che ci possono essere, i gesti e i tipi di pianto siano bene o male gli stessi tra pressoché tutti i neonati.

Nonostante i difetti che ho riscontrato, ho intenzione di leggere anche gli altri suoi libri, poiché la ritengo una fonte autorevole, anche se è stata criticata quanto amata.

“Il modo migliore per far sì che i bambini siano buoni è renderli felici.” -O. Wilde

 

Va’, metti una sentinella

Va’, metti una sentinella

Ritorna la talentuosa Harper Lee con il seguito dell’amatissimo Il buio oltre la siepe, pubblicato nel 1960 e ambientato negli anni trenta, valso alla scrittrice il premio Pulitzer nel 1961 e la Medaglia della Libertà nel 2007. Nonostante Va’, metti una sentinella sia stato pubblicato come il seguito del primo romanzo, l’autrice dichiara di averlo scritto anni prima, a metà degli anni cinquanta, forse anche per questo si rivela chiaramente comprensibile anche per chi non ha letto il primo libro.

L’anno dopo la pubblicazione del secondo romanzo (2015, Feltrinelli), Harper Lee muore, all’età di novant’anni (da compiere) nella cittadina dov’era nata, a Monroeville, in Alabama, stato simbolo del Sud conservatore. Proprio a questo luogo si ispira Maycomb, paese dove vivono i personaggi delle vicende narrate.

Harper-Lee-1Una volta diventata grande, Jean Louise Finch (la piccola Scout) si trasferisce a New York, un mondo più moderno e libero da pregiudizi del suo paese natale. Torna spesso a Maycomb, a trovare il vecchio padre Atticus e il resto della famiglia.

Lo fa anche questa volta: anni cinquanta, Jean Louise ha ormai ventisei anni e prende il treno per raggiungere l’Alabama, dove si tratterrà per due settimane. Ad attenderla in stazione trova l’amico d’infanzia Henry Clinton. Il ragazzo è stato assunto dall’avvocato Atticus come assistente dopo la tragica e prematura morte del figlio Jem; Hank ha dovuto sudare per ogni cosa che ha ottenuto, avendo origini molto umili, a differenza di Jean Louise.

Il giovane la accoglie con un bacio appassionato: dopotutto la vuole sposare, ma Jean Louise non è sicura sia una buona idea perché sarebbe una minaccia alla sua indipendenza.

Ecco che già dalle prime pagine, narrate in terza persona da una voce che racconta la vicenda dal punto di vista di Jean Louise, emerge il carattere della giovane donna: è ironica, poco femminile, elevata intellettualmente rispetto al popolo di Maycomb; Hank la definisce “incapace di fingere”, la zia Alexandra le dice che è strana e che col suo comportamento può far pensare alla gente che viene dai “bassifondi”. I battibecchi con la sorella del padre sono all’ordine del giorno, anche perché si è trasferita a vivere con lui dal momento che Atticus sta invecchiando e trova difficoltà nelle azioni quotidiane a causa dell’artrosi.

Intervallandosi al presente, l’autrice fa luce sulla storia della famiglia Finch e presenta diversi flashback per tutta la durata del romanzo: Scout che giocava col fratello e l’amico Dill, Scout al ballo con Hank, a scuola, alle prese con le prime mestruazioni, con la vecchia Calpurnia.

Finalmente, una domenica pomeriggio Atticus e Hank si recano al Palazzo di giustizia per una riunione e, mentre non ci sono, Jean Louise si imbatte per caso in un opuscolo del padre dall’agghiacciante titolo La peste nera. Sfogliandolo, si ritrova a leggere di come i negri siano inferiori ai bianchi, teoria sostenuta da prove infondate. Chiede, dunque, spiegazioni alla zia, la quale le risponde che Atticus ha portato a casa quell’opuscolo da una riunione del Consiglio dei cittadini. Jean Louise, dunque, si reca al Palazzo di giustizia per scoprire cosa stanno combinando i due uomini.

Rimane disgustatavamettiunasent.jpg da ciò che trova: O’Hanlon sta esponendo la sua tesi, secondo cui i negri sono da discriminare, dovrebbero tornare in Africa, imbastardiscono la razza, e quindi bisogna salvare il Sud. La cosa peggiore è che il saggio Atticus e il fedele Hank si trovano allo stesso tavolo di quest’uomo. Sì, proprio quell’Atticus che tanti anni prima (ne Il buio oltre la siepe) aveva difeso un imputato nero da un’accusa di stupro su una ragazza bianca, poiché era innocente. Diceva:

“Signori, se a questo mondo c’è uno slogan in cui credo, è questo: uguali diritti per tutti, speciali privilegi per nessuno.”

Le crolla il mondo addosso, scappa, le viene da vomitare, sta male fisicamente. Tutte le sue certezze sono crollate: è stata tradita dall’unico essere umano di cui si fidava ciecamente.

Da qui il romanzo si discosta dalla leggera ironia spensierata dell’inizio, e prende una piega più tetra e spiacevole, il lettore cerca disperatamente una spiegazione tra le righe, ripetendosi che no, non è possibile che Atticus sia involuto, non può non essere il grande eroe che abbiamo conosciuto nel primo libro, rispettabile, buono, integro.

Jean Louise, giunta a casa, sprofonda nel sonno e, al suo risveglio, decide di andare a trovare la vecchia serva nera della famiglia Finch, Calpurnia. Proprio suo nipote, poiché ha investito un uomo, ammazzandolo, ha chiesto l’aiuto di Atticus, che non si dimostra entusiasta. La ragazza è, quindi, alla ricerca di spiegazioni. La donna, però, la accoglie con freddezza, facendole capire che per lei non è più la piccola Scout, vede solo il colore bianco della sua pelle.

La zia Alexandra le spiega cosa sta succedendo: i negri, dopo che i bianchi li hanno aiutati in tutto, ora pretendono sempre di più, ma obiettivamente non sono all’altezza del progresso che caratterizza la società dei bianchi, quindi la farebbero regredire.

Jean Louise è sempre più confusa, si sente in difetto e si mette in discussione:

“Mia zia è un’estranea ostile, la mia Calpurnia non vuole avere niente a che fare con me, Hank è pazzo e Atticus… Sono io che ho qualcosa di sbagliato, c’è qualcosa che non va dentro di me. Dev’essere così, perché non è possibile che siano cambiati tutti gli altri. […] Tutto ciò che ho sempre accettato come giusto o sbagliato me lo hanno insegnato queste stesse persone. Dunque si tratta di me, non di loro.”

Quel giorno la zia Alexandra invita alcune donne del posto a casa, donne con cui Jean Louise non riesce a trovare punti di incontro perché sono troppo diverse e non hanno nulla di cui parlare. Una di loro, Hester, afferma che l’Anpgc (Associazione Nazionale per il Progresso della Gente di Colore) vuole distruggere la società per dare più diritti a coloro che non li meritano. Questa è la differenza con Jean Louise: lei tratta i negri come tutti gli altri perché li vede come tutti gli altri, per questo le donne la accusano di essere cieca. E non può fare a meno di notare la differenza tra Maycomb e New York: la libertà.

“Cieca, ecco quello che sono. Non ho mai aperto gli occhi. Non ho mai pensato di guardare nel cuore della gente, la guardavo solo in faccia. […] Ho bisogno di una sentinella che mi guidi e dica ciò che vede ora per ora. Ho bisogno di una sentinella che mi dica: questo è ciò che un uomo dice, ma questo è ciò che pensa, che tiri una riga nel mezzo e dica: qui c’è questa giustizia e là c’è quella giustizia, e mi faccia capire la differenza. Ho bisogno di una sentinella che vada avanti e proclami a tutti loro che ventisei anni sono troppi per dire “abbiamo scherzato”, per divertente che sia.”

Decide di andare a trovare lo zio Jack, che, ermeticamente, cerca di spiegarle come suo padre non sia un razzista, bensì stia solo cercando di preservare il benessere che hanno ottenuto. Inoltre, anche lui le dice che non ha mai guardato bene, che non ha mai aperto gli occhi. Attraverso episodi storici, citazioni e metafore, le spiega che, da quando i negri sono stati liberati, i bianchi si sentono in competizione. Il Sud conservatore non è ancora in grado di accogliere il cambiamento, mentre la classe più povera lo pretende e il Governo federale la aiuta. Questo è quello che spaventa la classe più benestante, tra cui Atticus, che quindi cerca di difendersi col primo mezzo che le capita a portata di mano: in questo caso, il Consiglio dei cittadini.

Tutti i discorsi, per lo più diretti, appaiono molto realistici, allo stesso tempo logici e a volte incoerenti come “il filo del discorso” quotidiano. Il lettore riesce perfettamente ad immedesimarsi nei pensieri di Jean Louise quando riflette e quando parla, a provare i sentimenti che lei sente quando le rispondono e a cogliere le emozioni degli interlocutori.

gosetawatchmanA sua volta Henry le spiega che spesso bisogna fare cose che non si vorrebbero per poter continuare a vivere in pace, che bisogna conformarsi, e che il Consiglio dei cittadini è una protesta per far stare i negri al loro posto; poi le rivela che quarant’anni prima Atticus era iscritto al Ku Klux Klan per scoprire chi si nascondeva dietro alle maschere perché “un uomo può biasimare i suoi nemici, ma conoscerli è più saggio“.

Ma Jean Louise non vuole sentire ragioni, anzi gli dà dell’ipocrita codardo, quando all’improvviso arriva Atticus, che la invita nel suo ufficio per parlare della questione: il Governo federale, la Costituzione, i negri. Il padre le spiega che ai negri è già stata data una possibilità e che non si può pretendere che una civiltà avanzata accetti di vivere con un gruppo arretrato come i neri, che sono incapaci di responsabilità, per esempio il voto. Mentre il padre ce l’ha con l’Anpgc, la figlia ritiene necessario il suo intervento, poiché i negri “hanno diritto alle stesse opportunità di tutti gli altri“. Avendo sotto gli occhi la differenza tra le vecchie parole di Atticus e il suo comportamento presente, lo accusa di averle mentito:

“Non ti perdonerò mai per quello che mi hai fatto. Mi hai tradito, mi hai cacciato di casa, e ora sono in una terra di nessuno, ma a Maycomb non c’è più posto per me, e non mi sentirò mai più del tutto a mio agio in nessun altro luogo.”

Ma Atticus, dal momento che è un vero signore, non si arrabbia nonostante gli insulti e il disprezzo della figlia. Le spiega che ha dovuto ucciderla, gli risponde che lo disprezza, lui ribatte che la ama. Che faccia quello che le pare.

Jean Louise decide di andarsene da Maycomb, ma arriva lo zio Jack a fermarla e, dopo averla apostrofata come “ragazza ribelle e litigiosa“, la tranquillizza. Le spiega, dunque come lei si sia da sempre fusa con la coscienza di suo padre perché lo vedeva come Dio, perciò aveva bisogno di essere uccisa per poter esistere da sola. Le rivela la differenza tra lei e Atticus: lei è un’integralista, e a Maycomb ci sono altre persone come lei, ma ne servono ancora, ecco perché dovrebbe restare a casa.

“Tu sei daltonica, Jean Louise. Lo sei sempre stata e sempre lo sarai. Le uniche differenze che vedi tra un essere umano e l’altro sono differenze nell’aspetto, nell’intelligenza, nel carattere e cose simili. Nessuno ti ha mai incoraggiato a guardare alla gente come razza, e ora che la razza è lo scottante problema del giorno sei ancora incapace di pensare in termini di razza. Tu vedi soltanto persone.”

 

Sbollita, Jean Louise si reca in studio per portare a casa il padre, che le confessa che è fiero di lei. Si accorda con Hank per uscire la sera, ma capisce che sarà solo un’amicizia.

Harper Lee Smokes

Innegabile è la delusione del lettore nel trovare un Atticus completamente diverso da quello de Il buio oltre la siepe, dov’era un modello e un eroe. La caduta dall’Olimpo di questo dio è funzionale alla crescita della figlia, che da Scout si trasforma nella signora (come la definisce la zia) Jean Louise.

Va’, metti una sentinella si può, quindi, considerare un romanzo di formazione in cui, attraverso delusioni, duri colpi di scena e certezze crollate per costruirne di nuove, una ragazza scopre la sua vera identità.

Allo stesso tempo il contrasto tra Atticus e Jean Louise rappresenta la differenza tra passato e presente, quindi il cambiamento, i conservatori e i progressisti, l’attaccamento a ciò che si è e la voglia di raggiungere la libertà e la modernità. L’importante, come viene ribadito nel finale, è che ci sia un equilibrio tra le due parti, aiutate anche da mediatori come gli zii. Così, mentre Atticus ricorda le origini, la nuova generazione di giovani americani di cui è chiamata a far parte la figlia deve lottare affinché la popolazione goda di uguali diritti.

Sebbene il romanzo sia ambientato sessant’anni fa e tratti di questioni ormai quasi superate, lo considero molto attuale, dopotutto le discussioni causate da idee diverse tra genitori e figli o tra nonni e nipoti avvengono nella nostra quotidianità e sono proprio queste che conducono al miglioramento.

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Con un ritmo, a mio parere, meno lento del primo romanzo, Va’, metti una sentinella riconferma le capacità dell’autrice di successo Nelle Harper Lee, che con una scrittura chiara ed empatica riesce a coinvolgere il lettore dalla prima all’ultima pagina.

 

D’amore si muore ma io no

Dopo essere rimasta affascinata da tante sue poesie, ho deciso di acquistare il primo romanzo del poeta professionista vivente (come si definisce lui stesso) Guido Catalano, D’amore si muore ma io no, pubblicato lo scorso febbraio da Rizzoli.

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Conoscendo lo stile giovanile e abbastanza commerciale del poeta torinese, è stato per me impossibile non crearmi delle aspettative non troppo positive, ma, nonostante alcune si siano dimostrate reali, sono rimasta piacevolmente sorpresa e affascinata da questo libro: sembra una lunga chiacchiera con un vecchio amico che ci racconta un amore.

Giacomo è, come l’autore, un poeta che per arrotondare lavora qualche ora a settimana in un ufficio. Non ha la patente, è un po’ sovrappeso e piuttosto basso (anzi, brevilineo), e ha una lunga lista di ex ragazze da cui è stato lasciato in modi più o meno buffi. Si tratta, insomma, di un uomo d’altri tempi, con un’immaginazione irrefrenabile e un goffo romanticismo.

Mentre vola a Palermo per un reading di poesie, in aereo incontra Agata, una aracnologa, che sta andando con la collega Laura a studiare il comportamento di una specie di ragni che vivono nelle grotte siciliane. Giacomo rimane subito abbagliato dalla bellezza (del culo) di Agata e, lungo il tragitto, si conoscono meglio, così scopre che anche le due ragazze vivono a Torino.

“Agata ha il senso dell’umorismo ed è capace di farmi ridere che è una cosa che vale più o meno come tutto l’oro del mondo.”

Tra lavoro, reading, visite ai genitori, Posta del Colon (una rubrica in cui risponde a domande sul sesso di giovani e non), pizze surgelate con la sua migliore amica pazza Francesca, e-mail con l’amico poeta bulgaro Todor e infinite fobie, Giacomo casualmente incontra Agata al cinema, dove ha accompagnato la sua sorellina a vedere i Minions. Da quel giorno i due iniziano a frequentarsi e presto si riscoprono innamorati l’uno dell’altra, iniziano una relazione incorniciata da frasi che vorrebbero essere romantiche ma non sempre ci riescono. E, ovviamente, dalle solite situazioni patetiche che appaiono molto buffe, suscitando nel lettore una tenera simpatia per il povero protagonista, un po’ ridicolo e un po’ sfigato. Impossibile non farsi strappare qualche sorriso.

“Non vale chiedere, posso darti un bacio? Che ne pensi se ci baciassimo adesso qui su questa panchina bevendo un tè tra le casette rosse sotto il cielo di Collegno? Non senti un irrefrenabile desiderio di ricevere un bacio, proprio qui, adesso, ma anche due se vuoi, e che ne diresti se te ne dessi tre? Quattro? Vada per quattro, ma anche cinque se ce la fai ad assumerne cinque. Ne vuoi sei? Per me va bene, vada per sei. Sette.”

Insieme trascorrono cene con le rispettive famiglie, Natale, Capodanno e molte altre esperienze, sushi, ma, come ben si sa, non sempre tutto scorre liscio. Ed ecco che iniziano ad apparire nuove persone creando gelosie ed incomprensioni, situazioni che sarebbe meglio aver evitato e problemi che non sono proprio facili da risolvere. O forse si tratta semplicemente di due vite troppo diverse per essere unite, ma chissà? Nulla è ancora perduto.

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Raccontata così potrebbe sembrare la classica e banale storia d’amore in cui due si conoscono, si piacciono, iniziano qualcosa che può diventare una relazione ma forse no, perché poi irrimediabilmente succede qualcosa che li spinge ad allontanarsi. Potrebbe sembrare così, forse per qualcuno lo è, ma, per quanto possa valere il mio punto di vista, vi assicuro che non è così.

Perché, come tutti sanno, ciò che rende speciale una storia spesso sono le persone. E non può che essere affascinante la storia fra  una bellissima ragazza che sa quello che vuole e un quarantenne complessato con Tonio Cartonio come coscienza, che fa fatica a vivere (in senso simpatico, eh) e ha un costante bisogno di gatti. Figurarsi poi se è raccontata con un linguaggio giovanile e quotidiano ma particolare, e ricca di frasi aforistiche cariche di significato da riciclare come citazioni.

“E ci abbracciamo e tra un bacio e un altro ci guardiamo in silenzio e questa cosa di guardarsi tra un bacio e un altro, secondo me, tra le cose che esistono in natura, e ne esistono di gran belle, questa cosa del guardarsi in silenzio negli occhi abbracciandosi baciandosi, è una delle più meravigliose e incredibili nel mondo conosciuto.”

maionoIl talento dell’autore, secondo me, si è rivelato proprio in questo: ha trasformato la poesia in prosa, rendendola tanto poetica quanto i versi stessi. Inoltre, altri mille punti per aver utilizzato una tecnica che io amo: per descrivere come si sentiva Giacomo, Catalano ha inserito vari riferimenti a film molto noti (Qualcuno volò sul nido del cuculo, Ghost, Sex and the City, FlashdanceHarry ti presento Sally) e a canzoni altrettanto famose (Maledetta primavera, Torn, I don’t wanna miss a thingDieci ragazze), una delle quali è il titolo stesso, D’amore si muore di Milva.

“Insomma, concluedendo, muori pure per amore che fa bene. E’ un’esperienza che va fatta, spesso inevitabile. Io sono morto e resuscitato un paio di volte ed entrambe le volte mi son risvegliato più incazzato che mai, ho strappato il sudario che avvolgeva il mio corpicino sofferente, ho dato un calcio al masso che ostruiva la cripta e ho ripreso la lunga, lunga strada verso l’ovest!”

Altra scelta stilistica che ho apprezzato è la brevità dei capitoli, molto diversi fra loro per argomentazione e scrittura, interrotti da flashback finalizzati a farci conoscere il passato del personaggio e quindi il personaggio stesso.

“Chiacchieravamo tantissimo e io iniziai a raccontarle troppo di me, diventò la mia confidente femmina, solo che mi piaceva, solo che non glielo dicevo. Una volta le scrissi una lettera d’amore. Non gliela diedi mai. Poi lei si stufò. Si fidanzò e ci perdemmo di vista, ma quando penso al suo viso mi viene da sorridere quindi tutto sommato va bene.”

Ecco perché il lettore non può che affezionarsi ad un protagonista assurdo come Giacomo e, nelle caratteristiche più reali, riconoscersi. Si finisce per volergli un po’ di bene e per gioire o piangere con lui.

Premesso che non sono una che si scandalizza, anzi, spesso anch’io risulto un po’ volgare, una delle poche pecche che ho riscontrato è il linguaggio a volte davvero eccessivamente scurrile, vero è che quando ci vuole ci vuole, ma è vero anche che il troppo stroppia. Insomma, in alcuni passaggi, proprio non servivano tutte quelle parolacce. Altra cosa che non mi è piaciuta, e chi ha letto il libro sa di cosa parlo, è l’utilizzo sfrenato di sigle per qualsiasi cosa: davvero inutile.

Ma sono davvero piccolezze per questo moderno romanzo d’amore di altri tempi, davvero semplice e poco impegnativo, ma piacevole e scorrevole come pochi altri, che non risulta mai melenso nonostante sia romantico. Un mix perfetto tra canoni e originalità, un libro di prosa poetica da leggere d’un fiato per lasciarsi travolgere dalla tenerezza dei sentimenti.

L’AMORE FA MIRACOLI, C’E’ NIENTE DA FARE.

felice

Io non ti conosco

Dopo l’universale successo del suo primo romanzo, diventato un bestseller (Non ti addormentare), torna S. J. Watson con il suo secondo libro, pubblicato nel 2015 da Piemme Edizioni, un altro thriller psicologico da leggere tutto d’un fiato. Un’altra storia ricca di suspense e colpi di scena, introspettiva e chiarissima in ciò che vuole raccontare. Si tratta di un volume piuttosto corposo (446 pagine) ma velocissimo da leggere, proprio perché non si vede l’ora di scoprire come andrà a finire. Da divorare.

ionontic

Julia è una donna sulla quarantina che dalla vita ha avuto tutto. Dopo aver superato un periodo piuttosto cupo, in cui viveva a Berlino con il fidanzato Marcus e da cui viene salvata da Hugh, storico amico di famiglia che diventerà suo marito, a Londra. Insieme adottano Connor, il figlio della sorella di Julia, Kate, che a causa della giovane età non riesce ad occuparsi di lui. Oggi Julia fa la fotografa, Hugh è un famoso chirurgo, Connor è uno studente quattordicenne e Kate vive a Parigi con l’amica Anna.

La passione di Julia per la fotografia e per la documentazione, però,  le si rivolterà contro.

Fotografavo. Sempre. Come se pensassi che una vita non documentata non potesse dirsi tale.

Un giorno di primavera, tornando a casa da una mostra fotografica, Julia viene informata che sua sorella Kate è morta. Assassinata. Recandosi a Parigi per il funerale, Julia fa conoscenza con Anna, che un po’ per volta la mette al corrente delle abitudini della sorella. Così Julia scopre che Kate era solita frequentare dei siti di incontri, dove conosceva uomini per incontrarli o per fare sesso virtuale. Alla ricerca disperata di risposte e convinta che l’assassino di Kate sia un uomo che la contattava online, Julia decide di creare un suo profilo su Encountrz.com, usando il nome Jayne. Presto entra in contatto con Largos86, un ragazzo più giovane di lei di nome Lukas, e cerca di indagare sulla morte di sua sorella, ma è impossibile che sia stato lui: quando Kate è stata uccisa, lui si trovava in Australia.

Infatti, viaggia molto per lavoro e, capitando a Londra, chiede a Julia di incontrarsi. Lei accetta, convincendosi di essere alla ricerca della verità, ma in realtà è chiaro che sotto c’è qualcosa di più. Finiscono a letto assieme e la relazione si trascina per qualche tempo, finché Lukas inizia a diventare ossessivo e violento. Allora Julia decide di troncare il rapporto, ma continua a sentirsi perpetuamente in pericolo. Inoltre, presa da questa nuova situazione, ha trascurato la sua famiglia, in cui iniziano ad affiorare i problemi da quando Kate è morta.

“Tutto questo è successo perché ho provato ad avere più di quello che mi era dovuto. Più di quello che meritavo. Ho avuto una seconda possibilità, una seconda vita, e non mi è bastata. Ho preteso di più.”

Hugh consiglia a Julia di vedere un terapeuta, anche perché il suo alcolismo apparentemente sconfitto sembra riemergere, e Connor è sempre più chiuso in se stesso, aggrappato ai social network. L’unica persona in cui Julia sente di poter trovare sostegno è proprio Anna, che sta per arrivare a Londra per lavoro. Le annuncia subito che sta per sposarsi con Ryan, glielo farà conoscere qualche giorno dopo, quando andranno a cena a casa loro. Ma Julia non riesce ad essere felice per questa novità, per di più ha altre difficoltà a cui pensare: i problemi sul lavoro di Hugh, l’amicizia con Adrienne, che sta trascurando, alcuni disguidi con Maria e Paddy, una coppia di amici, e Connor che è sempre più distante, anche a causa della nuova fidanzatina, Evie.

pcDa questo punto, la situazione, tesa sin dall’inizio, precipita, sfuggendo di mano a Julia, mentre sta cercando di aggiustarla. Evito ogni spoiler perché penso che valga la pena di scoprirli ognuno per conto proprio. Anche perché vi assicuro che non ci vorrà molto, dal momento che è davvero difficile staccare gli occhi da queste pagine.

L’autore, con un ragionamento che ricorda il mitico Pirandello, ci fa riflettere sulle personalità delle persone, sulle maschere che si indossano a seconda di chi si ha davanti e sulle vite nascoste che ognuno di noi può avere:

“Con improvvisa chiarezza mi rendo conto che indossiamo tutti delle maschere, sempre. Al mondo, agli altri, presentiamo solo una faccia: mostriamo un volto diverso a seconda delle persone con cui siamo e di quello che ci si aspetta da noi. Ma anche quando siamo soli indossiamo una maschera, la versione di noi stessi che vorremmo essere.”

“Ma è una recita, sto solo fingendo di essere una persona normale. Non sono io.”

La vicenda è intrisa di segreti che sembrano piccoli ma in realtà comportano conseguenze enormemente complicate, di passati individuali non troppo sepolti che continuano a riaffiorare, di sfiducia verso gli affidabili che non si rivelano tali e di fiducia nelle persone sbagliate e di una ricerca di verità e felicità che è puramente utopica.

“Ha un tono deciso, e per un attimo sembra così disperato, il suo desiderio così intenso che sento un’emozione improvvisa che mi coglie di sorpresa. Felicità. Avevo dimenticato com’era la felicità pura e senza complicazioni. E’ più potente di qualsiasi droga. […] Sono felice per me, perché ora ho qualcosa che è solo mio. Una cosa privata, segreta. Che non appartiene a nessun altro. Posso tenerla nascosta in una scatola e tirarla fuori ogni tanto. Come un tesoro.”

Due minuscole pecche che, devo ammetterlo, ho notato a fatica. Però:

  • Lo svolgimento della storia è molto lungo, sjwatsonma quando si arriva al finale succede tutto
    troppo in fretta. Personalmente avrei voluto che durasse un po’ di più e che fosse esplicitato molto più chiaramente, invece è tutto molto concentrato.
  • Il finale è aperto, ognuno lo interpreta come vuole, come può. Io avrei preferito che fosse inequivocabile, perché sono stata un po’ a fissare le ultime righe in cerca di un’ispirazione sulla conclusione, ma non ne ho avute. Ma questo è per gusto personale.

Comunque sono piccolezze, tutto sommato è un libro grandioso, anzi, un signor libro!

Ancora una volta S. J. Watson incanta il lettore con questo thriller psicologico mozzafiato e lo trascina dentro la mente di una donna che non fa altro che pensare, che si pone domande a cui sembra troppo difficile trovare risposte, invece arrivano, poco alla volta. Se siano risposte corrette o sbagliate, lo scoprirà il lettore pagina dopo pagina, pensando insieme a Julia.

C’è da dire che lo stile di pensiero e di scrittura si è mantenuto pressoché invariato dal suo primo libro: Julia sembra ragionare nello stesso modo di Christine, la differenza è che a una delle due la memoria è rimasta. Tuttavia, essendo uno stile molto scorrevole, pulito e per nulla pesante, non dà fastidio, risulta piacevole anziché ridondante. Quindi lo scrittore riesce, ancora una volta, a calarsi magistralmente nei panni di una donna.

Spero che, nel caso in cui venga tratto un film da questo romanzo, sia migliore della pellicola di Non ti addormentare, che non è assolutamente all’altezza del cartaceo (come spesso, purtroppo, accade). E spero anche che arrivi presto il terzo libro di S. J. Watson!

Grazie Katherine e Fabio per il regalo.♥

Adesso

Adesso è l’ultimo romanzo di Chiara Gamberale, scrittrice ormai affermata e molto apprezzata, edito da Feltrinelli lo scorso inverno. Dopo Per dieci minuti, questo è il secondo libro dell’autrice romana che mi capita tra le mani e sotto gli occhi.

adesso

Mi levo subito un sassolino dalla scarpa: ciò che rende piacevole la lettura del romanzo non è né la storia né lo stile. Infatti si tratta di una relazione come tante altre, sentita e risentita, i problemi che si presentano vogliono renderla interessante e particolare, ma anche questi sono sentiti e risentiti. Inoltre, l’intreccio è troppo disordinato, senza un filo logico e crea confusione, soprattutto nella prima parte, dove vengono raccontati piccoli frammenti di tante tante storie di diverse persone, e non si capisce di chi si stia realmente parlando e nemmeno chi siano i veri protagonisti. Per fortuna non sono troppe pagine, anche se poi queste storie verranno riprese in alcuni capitoli anche nel resto del libro, mantenendo lo stesso caos.

Così mi sono chiesta quale fosse davvero l’intenzione dell’autrice, cosa l’abbia portata a fare questo grosso errore, che rende veramente difficile star dietro alla trama. Forse voler far vedere che ogni persona sola in realtà ha un’anima gemella persa per il mondo e prima o poi la troverà anche se inizialmente aveva posato gli occhi su qualcun altro? Boh. Mi resta un grande punto di domanda, a cui non ho trovato risposta, ma che è stato un po’ messo in ombra dal resto della storia.

Dal momento in cui ho iniziato a seguire veramente la vicenda dei personaggi, mi sono chiesta il perché del titolo: adesso è molto banale, sembra buttato lì giusto perché è una parola che si ripete spesso (volutissimamente) nelle pagine, e non rende giustizia al romanzo. Verso la fine ho trovato una buona spiegazione:

“Fra l’infanzia e il troppo tardi, fra la traversata di un’Arca Senza Noè e il rischio di un naufragio, c’è un momento. Non è prima di una vecchiaia dolce e non è dopo un’infanzia tremenda, non è prima di niente e dopo niente, è solo adesso, dopo il dolore, prima del dolore, finalmente è adesso, un momento in cui rimanere mentre c’è, senza fuggire, perché è una fuga in sé, senza sperare, perché è in sé una speranza io? tu, no no, sì sì, non sono pronto, nessuno lo è.”

Questa citazione sembra voler riassumere e risolvere le difficoltà dei due protagonisti, che obiettivamente rispecchiano fedelmente i problemi di tante, tante, tante storie d’amore.

Lidia è una donna eternamente adolescente e abituata a fuggire, in cerca di emozioni forti, è ancora legata al suo ex marito, che l’ha lasciata per non perderla, e alla sua compagnia di amici problematici ma simpatici, fa la conduttrice di Tutte le famiglie felici, programma televisivo che la porta a intervistare e conoscere Pietro e sua figlia Marianna. Pietro, uomo introverso che per controllare i suoi sentimenti più dolorosi ha imparato ad ignorarli, fa il preside e la moglie ha lasciato lui e la figlia dopo aver deciso di dedicarsi alla vita religiosa.

I due legano immediatamente, anche a causa dei vissuti passati ancora irrisolti, entrambi sono due anime tormentate che cercano ascolto e amore in un’altra persona, nonostante non lo ammetterebbero mai. Alle “rose e fiori” dei primi tempi, segue la paura di tutto. La paura che non vada bene così, di sbagliare, di annoiarsi, di lasciarsi perché stavano meglio dov’erano prima, delle difficoltà, dei mostri del passato che possono tornare a farsi sentire, di sciogliere i nodi ormai venuti al pettine, di sciogliersi e lasciarsi andare.

paura

Paura che richiede coraggio per essere superata, sconfitta. Richiede una crescita interiore da parte di entrambi, la lucidità di vedere i propri limiti e scegliere se superarli o se restare indietro. Ed è il momento, né troppo tardi né troppo presto, che ognuno pensi al da farsi.

“Per certi versi lo spazio dell’intimità, dentro di noi, si restringe man mano che cresciamo: è sempre più difficile che ci si infili davvero qualcuno. Ma nello stesso tempo, man mano che cresciamo, forse dobbiamo abbandonare il sogno che quello spazio possa essere riempito da un’unica persona. […] Io negli ultimi mesi provo a ragionare in termini di ricchezza, anziché di confusione. Abbiamo due vite ricche. Di sbagli e di ferite, certo. Ma anche di legami che a quegli sbagli e a quelle ferite sono sopravvissuti. Sarebbe artificioso e quindi inutile liberarci di quei legami. Lo sforzo è quello di tenere tutto insieme.”

La Gamberale ha saputo utilizzare in modo molto professionale una tecnica che, personalmente, mi piace molto: il discorso indiretto libero. Sa rendere più veloce e quindi reale sia lo svolgimento della vicenda che il flusso di coscienza dei personaggi.

In aggiunta, man mano che si procede con la lettura, la scrittura migliora, si fa più sincera e meno costruita, ci aiuta ad entrare nella testa dei personaggi. Il linguaggio leggero e scorrevole si fa molto chiaro, prova a diventare davvero profondo con l’intento di essere onesto fino al midollo per raccontare la verità del cuore umano.

Oltre all’accurata scelta mai casuale di ogni termine, ho apprezzato molto i suoi giochi di parole, tra significanti e tra significati, e la sua prosa che molto spesso diventa poetica, dolce e sincera, ricca di figure retoriche che rendono il concetto ancor più chiaro.

Mi hanno fatto venire i brividi quelle frasi scritte in carattere grande, con tono cattivo, come se ci fossero sempre state quelle voci, senza che noi non ce ne accorgessimo, e che prima si fanno sentire sottovoce e poi urlando a pieni polmoni, arrabbiate. Molto suggestivo.

Originale e simpatica è l’idea di fare i curriculum amorosi di Lidia e Pietro, sia per spiegare il loro carattere attraverso la loro vita, che per inquadrarli meglio. Carina è anche la ripetizione della pallina nella pancia, che tutti, sia i protagonisti che i personaggi marginali, provano durante lo svolgimento della storia, e che rappresenta le classiche farfalle nello stomaco che tutti abbiamo conosciuto.

“Succede che fra tutte le persone che corrono e si accalorano e parlano fitto al telefonino sulla metro e ti costringono a prendere atto dell’assoluta mancanza di senso – loro e dunque anche tua- una ti convince che invece un senso ce l’hai. Succede che fra tutte le persone senza senso, una ti pare ce l’abbia. Ma devi darle tempo, devi darti tempo. Devi prendere il tempo e raccomandargli adesso basta, stai buono qui, non ti muovere.”

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In questa montagna russa di depressione – entusiasmo – tristezza – accettazione che sembra destinata a ripetersi all’infinito, Chiara Gamberale è riuscita ad estrapolare la banale essenza dell’amore, ciò che tutti sanno, e a metterla nero su bianco in modo per nulla scontato, così tutti si possono riconoscere.

Lidia e Pietro, personaggi non proprio simpaticissimi ma che fanno un po’ tenerezza, potrebbero benissimo essere una persona sola: una persona alla ricerca. Di cosa? Non si sa. Dell’amore, di sé stessa, di far pace col passato, dei suoi sogni, di sconfiggere le sue debolezze. Di qualsiasi cosa. Perciò ognuno di noi può essere questa persona, ecco perché Chiara Gamberale gode di un successo così ampio.

Nonostante il grosso strafalcione iniziale, credo che sia un libro tutto sommato piacevole da leggere, scritto correttamente, non molto impegnativo ma di compagnia. Personalmente, arrivata ad un certo punto (circa verso la metà del romanzo) ho iniziato a non veder l’ora di sapere come sarebbe andata a finire, tanto da divorare la maggior parte delle pagine senza neanche accorgermene, curiosa di una curiosità che ogni buon libro dovrebbe suscitare. Si tratta, quindi, di un romanzo d’amore che racconta molto più dell’amore: ci narra la verità che l’individuo vuole sentire. Mi piace definirlo “un libro che ti abbraccia”.

“Questa sono proprio io, abbracciami. Questo sono proprio io, ti abbraccio.”

 

Grazie a Riky per questo regalo.♥