D’amore si muore ma io no

Dopo essere rimasta affascinata da tante sue poesie, ho deciso di acquistare il primo romanzo del poeta professionista vivente (come si definisce lui stesso) Guido Catalano, D’amore si muore ma io no, pubblicato lo scorso febbraio da Rizzoli.

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Conoscendo lo stile giovanile e abbastanza commerciale del poeta torinese, è stato per me impossibile non crearmi delle aspettative non troppo positive, ma, nonostante alcune si siano dimostrate reali, sono rimasta piacevolmente sorpresa e affascinata da questo libro: sembra una lunga chiacchiera con un vecchio amico che ci racconta un amore.

Giacomo è, come l’autore, un poeta che per arrotondare lavora qualche ora a settimana in un ufficio. Non ha la patente, è un po’ sovrappeso e piuttosto basso (anzi, brevilineo), e ha una lunga lista di ex ragazze da cui è stato lasciato in modi più o meno buffi. Si tratta, insomma, di un uomo d’altri tempi, con un’immaginazione irrefrenabile e un goffo romanticismo.

Mentre vola a Palermo per un reading di poesie, in aereo incontra Agata, una aracnologa, che sta andando con la collega Laura a studiare il comportamento di una specie di ragni che vivono nelle grotte siciliane. Giacomo rimane subito abbagliato dalla bellezza (del culo) di Agata e, lungo il tragitto, si conoscono meglio, così scopre che anche le due ragazze vivono a Torino.

“Agata ha il senso dell’umorismo ed è capace di farmi ridere che è una cosa che vale più o meno come tutto l’oro del mondo.”

Tra lavoro, reading, visite ai genitori, Posta del Colon (una rubrica in cui risponde a domande sul sesso di giovani e non), pizze surgelate con la sua migliore amica pazza Francesca, e-mail con l’amico poeta bulgaro Todor e infinite fobie, Giacomo casualmente incontra Agata al cinema, dove ha accompagnato la sua sorellina a vedere i Minions. Da quel giorno i due iniziano a frequentarsi e presto si riscoprono innamorati l’uno dell’altra, iniziano una relazione incorniciata da frasi che vorrebbero essere romantiche ma non sempre ci riescono. E, ovviamente, dalle solite situazioni patetiche che appaiono molto buffe, suscitando nel lettore una tenera simpatia per il povero protagonista, un po’ ridicolo e un po’ sfigato. Impossibile non farsi strappare qualche sorriso.

“Non vale chiedere, posso darti un bacio? Che ne pensi se ci baciassimo adesso qui su questa panchina bevendo un tè tra le casette rosse sotto il cielo di Collegno? Non senti un irrefrenabile desiderio di ricevere un bacio, proprio qui, adesso, ma anche due se vuoi, e che ne diresti se te ne dessi tre? Quattro? Vada per quattro, ma anche cinque se ce la fai ad assumerne cinque. Ne vuoi sei? Per me va bene, vada per sei. Sette.”

Insieme trascorrono cene con le rispettive famiglie, Natale, Capodanno e molte altre esperienze, sushi, ma, come ben si sa, non sempre tutto scorre liscio. Ed ecco che iniziano ad apparire nuove persone creando gelosie ed incomprensioni, situazioni che sarebbe meglio aver evitato e problemi che non sono proprio facili da risolvere. O forse si tratta semplicemente di due vite troppo diverse per essere unite, ma chissà? Nulla è ancora perduto.

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Raccontata così potrebbe sembrare la classica e banale storia d’amore in cui due si conoscono, si piacciono, iniziano qualcosa che può diventare una relazione ma forse no, perché poi irrimediabilmente succede qualcosa che li spinge ad allontanarsi. Potrebbe sembrare così, forse per qualcuno lo è, ma, per quanto possa valere il mio punto di vista, vi assicuro che non è così.

Perché, come tutti sanno, ciò che rende speciale una storia spesso sono le persone. E non può che essere affascinante la storia fra  una bellissima ragazza che sa quello che vuole e un quarantenne complessato con Tonio Cartonio come coscienza, che fa fatica a vivere (in senso simpatico, eh) e ha un costante bisogno di gatti. Figurarsi poi se è raccontata con un linguaggio giovanile e quotidiano ma particolare, e ricca di frasi aforistiche cariche di significato da riciclare come citazioni.

“E ci abbracciamo e tra un bacio e un altro ci guardiamo in silenzio e questa cosa di guardarsi tra un bacio e un altro, secondo me, tra le cose che esistono in natura, e ne esistono di gran belle, questa cosa del guardarsi in silenzio negli occhi abbracciandosi baciandosi, è una delle più meravigliose e incredibili nel mondo conosciuto.”

maionoIl talento dell’autore, secondo me, si è rivelato proprio in questo: ha trasformato la poesia in prosa, rendendola tanto poetica quanto i versi stessi. Inoltre, altri mille punti per aver utilizzato una tecnica che io amo: per descrivere come si sentiva Giacomo, Catalano ha inserito vari riferimenti a film molto noti (Qualcuno volò sul nido del cuculo, Ghost, Sex and the City, FlashdanceHarry ti presento Sally) e a canzoni altrettanto famose (Maledetta primavera, Torn, I don’t wanna miss a thingDieci ragazze), una delle quali è il titolo stesso, D’amore si muore di Milva.

“Insomma, concluedendo, muori pure per amore che fa bene. E’ un’esperienza che va fatta, spesso inevitabile. Io sono morto e resuscitato un paio di volte ed entrambe le volte mi son risvegliato più incazzato che mai, ho strappato il sudario che avvolgeva il mio corpicino sofferente, ho dato un calcio al masso che ostruiva la cripta e ho ripreso la lunga, lunga strada verso l’ovest!”

Altra scelta stilistica che ho apprezzato è la brevità dei capitoli, molto diversi fra loro per argomentazione e scrittura, interrotti da flashback finalizzati a farci conoscere il passato del personaggio e quindi il personaggio stesso.

“Chiacchieravamo tantissimo e io iniziai a raccontarle troppo di me, diventò la mia confidente femmina, solo che mi piaceva, solo che non glielo dicevo. Una volta le scrissi una lettera d’amore. Non gliela diedi mai. Poi lei si stufò. Si fidanzò e ci perdemmo di vista, ma quando penso al suo viso mi viene da sorridere quindi tutto sommato va bene.”

Ecco perché il lettore non può che affezionarsi ad un protagonista assurdo come Giacomo e, nelle caratteristiche più reali, riconoscersi. Si finisce per volergli un po’ di bene e per gioire o piangere con lui.

Premesso che non sono una che si scandalizza, anzi, spesso anch’io risulto un po’ volgare, una delle poche pecche che ho riscontrato è il linguaggio a volte davvero eccessivamente scurrile, vero è che quando ci vuole ci vuole, ma è vero anche che il troppo stroppia. Insomma, in alcuni passaggi, proprio non servivano tutte quelle parolacce. Altra cosa che non mi è piaciuta, e chi ha letto il libro sa di cosa parlo, è l’utilizzo sfrenato di sigle per qualsiasi cosa: davvero inutile.

Ma sono davvero piccolezze per questo moderno romanzo d’amore di altri tempi, davvero semplice e poco impegnativo, ma piacevole e scorrevole come pochi altri, che non risulta mai melenso nonostante sia romantico. Un mix perfetto tra canoni e originalità, un libro di prosa poetica da leggere d’un fiato per lasciarsi travolgere dalla tenerezza dei sentimenti.

L’AMORE FA MIRACOLI, C’E’ NIENTE DA FARE.

felice

Io non ti conosco

Dopo l’universale successo del suo primo romanzo, diventato un bestseller (Non ti addormentare), torna S. J. Watson con il suo secondo libro, pubblicato nel 2015 da Piemme Edizioni, un altro thriller psicologico da leggere tutto d’un fiato. Un’altra storia ricca di suspense e colpi di scena, introspettiva e chiarissima in ciò che vuole raccontare. Si tratta di un volume piuttosto corposo (446 pagine) ma velocissimo da leggere, proprio perché non si vede l’ora di scoprire come andrà a finire. Da divorare.

ionontic

Julia è una donna sulla quarantina che dalla vita ha avuto tutto. Dopo aver superato un periodo piuttosto cupo, in cui viveva a Berlino con il fidanzato Marcus e da cui viene salvata da Hugh, storico amico di famiglia che diventerà suo marito, a Londra. Insieme adottano Connor, il figlio della sorella di Julia, Kate, che a causa della giovane età non riesce ad occuparsi di lui. Oggi Julia fa la fotografa, Hugh è un famoso chirurgo, Connor è uno studente quattordicenne e Kate vive a Parigi con l’amica Anna.

La passione di Julia per la fotografia e per la documentazione, però,  le si rivolterà contro.

Fotografavo. Sempre. Come se pensassi che una vita non documentata non potesse dirsi tale.

Un giorno di primavera, tornando a casa da una mostra fotografica, Julia viene informata che sua sorella Kate è morta. Assassinata. Recandosi a Parigi per il funerale, Julia fa conoscenza con Anna, che un po’ per volta la mette al corrente delle abitudini della sorella. Così Julia scopre che Kate era solita frequentare dei siti di incontri, dove conosceva uomini per incontrarli o per fare sesso virtuale. Alla ricerca disperata di risposte e convinta che l’assassino di Kate sia un uomo che la contattava online, Julia decide di creare un suo profilo su Encountrz.com, usando il nome Jayne. Presto entra in contatto con Largos86, un ragazzo più giovane di lei di nome Lukas, e cerca di indagare sulla morte di sua sorella, ma è impossibile che sia stato lui: quando Kate è stata uccisa, lui si trovava in Australia.

Infatti, viaggia molto per lavoro e, capitando a Londra, chiede a Julia di incontrarsi. Lei accetta, convincendosi di essere alla ricerca della verità, ma in realtà è chiaro che sotto c’è qualcosa di più. Finiscono a letto assieme e la relazione si trascina per qualche tempo, finché Lukas inizia a diventare ossessivo e violento. Allora Julia decide di troncare il rapporto, ma continua a sentirsi perpetuamente in pericolo. Inoltre, presa da questa nuova situazione, ha trascurato la sua famiglia, in cui iniziano ad affiorare i problemi da quando Kate è morta.

“Tutto questo è successo perché ho provato ad avere più di quello che mi era dovuto. Più di quello che meritavo. Ho avuto una seconda possibilità, una seconda vita, e non mi è bastata. Ho preteso di più.”

Hugh consiglia a Julia di vedere un terapeuta, anche perché il suo alcolismo apparentemente sconfitto sembra riemergere, e Connor è sempre più chiuso in se stesso, aggrappato ai social network. L’unica persona in cui Julia sente di poter trovare sostegno è proprio Anna, che sta per arrivare a Londra per lavoro. Le annuncia subito che sta per sposarsi con Ryan, glielo farà conoscere qualche giorno dopo, quando andranno a cena a casa loro. Ma Julia non riesce ad essere felice per questa novità, per di più ha altre difficoltà a cui pensare: i problemi sul lavoro di Hugh, l’amicizia con Adrienne, che sta trascurando, alcuni disguidi con Maria e Paddy, una coppia di amici, e Connor che è sempre più distante, anche a causa della nuova fidanzatina, Evie.

pcDa questo punto, la situazione, tesa sin dall’inizio, precipita, sfuggendo di mano a Julia, mentre sta cercando di aggiustarla. Evito ogni spoiler perché penso che valga la pena di scoprirli ognuno per conto proprio. Anche perché vi assicuro che non ci vorrà molto, dal momento che è davvero difficile staccare gli occhi da queste pagine.

L’autore, con un ragionamento che ricorda il mitico Pirandello, ci fa riflettere sulle personalità delle persone, sulle maschere che si indossano a seconda di chi si ha davanti e sulle vite nascoste che ognuno di noi può avere:

“Con improvvisa chiarezza mi rendo conto che indossiamo tutti delle maschere, sempre. Al mondo, agli altri, presentiamo solo una faccia: mostriamo un volto diverso a seconda delle persone con cui siamo e di quello che ci si aspetta da noi. Ma anche quando siamo soli indossiamo una maschera, la versione di noi stessi che vorremmo essere.”

“Ma è una recita, sto solo fingendo di essere una persona normale. Non sono io.”

La vicenda è intrisa di segreti che sembrano piccoli ma in realtà comportano conseguenze enormemente complicate, di passati individuali non troppo sepolti che continuano a riaffiorare, di sfiducia verso gli affidabili che non si rivelano tali e di fiducia nelle persone sbagliate e di una ricerca di verità e felicità che è puramente utopica.

“Ha un tono deciso, e per un attimo sembra così disperato, il suo desiderio così intenso che sento un’emozione improvvisa che mi coglie di sorpresa. Felicità. Avevo dimenticato com’era la felicità pura e senza complicazioni. E’ più potente di qualsiasi droga. […] Sono felice per me, perché ora ho qualcosa che è solo mio. Una cosa privata, segreta. Che non appartiene a nessun altro. Posso tenerla nascosta in una scatola e tirarla fuori ogni tanto. Come un tesoro.”

Due minuscole pecche che, devo ammetterlo, ho notato a fatica. Però:

  • Lo svolgimento della storia è molto lungo, sjwatsonma quando si arriva al finale succede tutto
    troppo in fretta. Personalmente avrei voluto che durasse un po’ di più e che fosse esplicitato molto più chiaramente, invece è tutto molto concentrato.
  • Il finale è aperto, ognuno lo interpreta come vuole, come può. Io avrei preferito che fosse inequivocabile, perché sono stata un po’ a fissare le ultime righe in cerca di un’ispirazione sulla conclusione, ma non ne ho avute. Ma questo è per gusto personale.

Comunque sono piccolezze, tutto sommato è un libro grandioso, anzi, un signor libro!

Ancora una volta S. J. Watson incanta il lettore con questo thriller psicologico mozzafiato e lo trascina dentro la mente di una donna che non fa altro che pensare, che si pone domande a cui sembra troppo difficile trovare risposte, invece arrivano, poco alla volta. Se siano risposte corrette o sbagliate, lo scoprirà il lettore pagina dopo pagina, pensando insieme a Julia.

C’è da dire che lo stile di pensiero e di scrittura si è mantenuto pressoché invariato dal suo primo libro: Julia sembra ragionare nello stesso modo di Christine, la differenza è che a una delle due la memoria è rimasta. Tuttavia, essendo uno stile molto scorrevole, pulito e per nulla pesante, non dà fastidio, risulta piacevole anziché ridondante. Quindi lo scrittore riesce, ancora una volta, a calarsi magistralmente nei panni di una donna.

Spero che, nel caso in cui venga tratto un film da questo romanzo, sia migliore della pellicola di Non ti addormentare, che non è assolutamente all’altezza del cartaceo (come spesso, purtroppo, accade). E spero anche che arrivi presto il terzo libro di S. J. Watson!

Grazie Katherine e Fabio per il regalo.♥

Adesso

Adesso è l’ultimo romanzo di Chiara Gamberale, scrittrice ormai affermata e molto apprezzata, edito da Feltrinelli lo scorso inverno. Dopo Per dieci minuti, questo è il secondo libro dell’autrice romana che mi capita tra le mani e sotto gli occhi.

adesso

Mi levo subito un sassolino dalla scarpa: ciò che rende piacevole la lettura del romanzo non è né la storia né lo stile. Infatti si tratta di una relazione come tante altre, sentita e risentita, i problemi che si presentano vogliono renderla interessante e particolare, ma anche questi sono sentiti e risentiti. Inoltre, l’intreccio è troppo disordinato, senza un filo logico e crea confusione, soprattutto nella prima parte, dove vengono raccontati piccoli frammenti di tante tante storie di diverse persone, e non si capisce di chi si stia realmente parlando e nemmeno chi siano i veri protagonisti. Per fortuna non sono troppe pagine, anche se poi queste storie verranno riprese in alcuni capitoli anche nel resto del libro, mantenendo lo stesso caos.

Così mi sono chiesta quale fosse davvero l’intenzione dell’autrice, cosa l’abbia portata a fare questo grosso errore, che rende veramente difficile star dietro alla trama. Forse voler far vedere che ogni persona sola in realtà ha un’anima gemella persa per il mondo e prima o poi la troverà anche se inizialmente aveva posato gli occhi su qualcun altro? Boh. Mi resta un grande punto di domanda, a cui non ho trovato risposta, ma che è stato un po’ messo in ombra dal resto della storia.

Dal momento in cui ho iniziato a seguire veramente la vicenda dei personaggi, mi sono chiesta il perché del titolo: adesso è molto banale, sembra buttato lì giusto perché è una parola che si ripete spesso (volutissimamente) nelle pagine, e non rende giustizia al romanzo. Verso la fine ho trovato una buona spiegazione:

“Fra l’infanzia e il troppo tardi, fra la traversata di un’Arca Senza Noè e il rischio di un naufragio, c’è un momento. Non è prima di una vecchiaia dolce e non è dopo un’infanzia tremenda, non è prima di niente e dopo niente, è solo adesso, dopo il dolore, prima del dolore, finalmente è adesso, un momento in cui rimanere mentre c’è, senza fuggire, perché è una fuga in sé, senza sperare, perché è in sé una speranza io? tu, no no, sì sì, non sono pronto, nessuno lo è.”

Questa citazione sembra voler riassumere e risolvere le difficoltà dei due protagonisti, che obiettivamente rispecchiano fedelmente i problemi di tante, tante, tante storie d’amore.

Lidia è una donna eternamente adolescente e abituata a fuggire, in cerca di emozioni forti, è ancora legata al suo ex marito, che l’ha lasciata per non perderla, e alla sua compagnia di amici problematici ma simpatici, fa la conduttrice di Tutte le famiglie felici, programma televisivo che la porta a intervistare e conoscere Pietro e sua figlia Marianna. Pietro, uomo introverso che per controllare i suoi sentimenti più dolorosi ha imparato ad ignorarli, fa il preside e la moglie ha lasciato lui e la figlia dopo aver deciso di dedicarsi alla vita religiosa.

I due legano immediatamente, anche a causa dei vissuti passati ancora irrisolti, entrambi sono due anime tormentate che cercano ascolto e amore in un’altra persona, nonostante non lo ammetterebbero mai. Alle “rose e fiori” dei primi tempi, segue la paura di tutto. La paura che non vada bene così, di sbagliare, di annoiarsi, di lasciarsi perché stavano meglio dov’erano prima, delle difficoltà, dei mostri del passato che possono tornare a farsi sentire, di sciogliere i nodi ormai venuti al pettine, di sciogliersi e lasciarsi andare.

paura

Paura che richiede coraggio per essere superata, sconfitta. Richiede una crescita interiore da parte di entrambi, la lucidità di vedere i propri limiti e scegliere se superarli o se restare indietro. Ed è il momento, né troppo tardi né troppo presto, che ognuno pensi al da farsi.

“Per certi versi lo spazio dell’intimità, dentro di noi, si restringe man mano che cresciamo: è sempre più difficile che ci si infili davvero qualcuno. Ma nello stesso tempo, man mano che cresciamo, forse dobbiamo abbandonare il sogno che quello spazio possa essere riempito da un’unica persona. […] Io negli ultimi mesi provo a ragionare in termini di ricchezza, anziché di confusione. Abbiamo due vite ricche. Di sbagli e di ferite, certo. Ma anche di legami che a quegli sbagli e a quelle ferite sono sopravvissuti. Sarebbe artificioso e quindi inutile liberarci di quei legami. Lo sforzo è quello di tenere tutto insieme.”

La Gamberale ha saputo utilizzare in modo molto professionale una tecnica che, personalmente, mi piace molto: il discorso indiretto libero. Sa rendere più veloce e quindi reale sia lo svolgimento della vicenda che il flusso di coscienza dei personaggi.

In aggiunta, man mano che si procede con la lettura, la scrittura migliora, si fa più sincera e meno costruita, ci aiuta ad entrare nella testa dei personaggi. Il linguaggio leggero e scorrevole si fa molto chiaro, prova a diventare davvero profondo con l’intento di essere onesto fino al midollo per raccontare la verità del cuore umano.

Oltre all’accurata scelta mai casuale di ogni termine, ho apprezzato molto i suoi giochi di parole, tra significanti e tra significati, e la sua prosa che molto spesso diventa poetica, dolce e sincera, ricca di figure retoriche che rendono il concetto ancor più chiaro.

Mi hanno fatto venire i brividi quelle frasi scritte in carattere grande, con tono cattivo, come se ci fossero sempre state quelle voci, senza che noi non ce ne accorgessimo, e che prima si fanno sentire sottovoce e poi urlando a pieni polmoni, arrabbiate. Molto suggestivo.

Originale e simpatica è l’idea di fare i curriculum amorosi di Lidia e Pietro, sia per spiegare il loro carattere attraverso la loro vita, che per inquadrarli meglio. Carina è anche la ripetizione della pallina nella pancia, che tutti, sia i protagonisti che i personaggi marginali, provano durante lo svolgimento della storia, e che rappresenta le classiche farfalle nello stomaco che tutti abbiamo conosciuto.

“Succede che fra tutte le persone che corrono e si accalorano e parlano fitto al telefonino sulla metro e ti costringono a prendere atto dell’assoluta mancanza di senso – loro e dunque anche tua- una ti convince che invece un senso ce l’hai. Succede che fra tutte le persone senza senso, una ti pare ce l’abbia. Ma devi darle tempo, devi darti tempo. Devi prendere il tempo e raccomandargli adesso basta, stai buono qui, non ti muovere.”

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In questa montagna russa di depressione – entusiasmo – tristezza – accettazione che sembra destinata a ripetersi all’infinito, Chiara Gamberale è riuscita ad estrapolare la banale essenza dell’amore, ciò che tutti sanno, e a metterla nero su bianco in modo per nulla scontato, così tutti si possono riconoscere.

Lidia e Pietro, personaggi non proprio simpaticissimi ma che fanno un po’ tenerezza, potrebbero benissimo essere una persona sola: una persona alla ricerca. Di cosa? Non si sa. Dell’amore, di sé stessa, di far pace col passato, dei suoi sogni, di sconfiggere le sue debolezze. Di qualsiasi cosa. Perciò ognuno di noi può essere questa persona, ecco perché Chiara Gamberale gode di un successo così ampio.

Nonostante il grosso strafalcione iniziale, credo che sia un libro tutto sommato piacevole da leggere, scritto correttamente, non molto impegnativo ma di compagnia. Personalmente, arrivata ad un certo punto (circa verso la metà del romanzo) ho iniziato a non veder l’ora di sapere come sarebbe andata a finire, tanto da divorare la maggior parte delle pagine senza neanche accorgermene, curiosa di una curiosità che ogni buon libro dovrebbe suscitare. Si tratta, quindi, di un romanzo d’amore che racconta molto più dell’amore: ci narra la verità che l’individuo vuole sentire. Mi piace definirlo “un libro che ti abbraccia”.

“Questa sono proprio io, abbracciami. Questo sono proprio io, ti abbraccio.”

 

Grazie a Riky per questo regalo.♥

First Liebster Awards

Ringrazio https://tararabundidee.wordpress.com, che ha un blog davvero molto molto simpatico e carino, per avermi nominato per questo

liebster

Ripassiamo le regole:

  • Ringraziare chi ti ha nominato
  • Rispondere alle 11 domande che ti vengono poste
  • Porre 11 domande
  • Nominare 11 nuovi blog (meno di 200 followers)
  • Inserire il logo Liebster Award

1. SE POTESSI AVERE UN SOLO SUPER-POTERE, QUALE SCEGLIERESTI?

Vorrei il super-potere di ricordarmi tutto. Già ho una buona memoria, ma ho proprio la fobia di dimenticarmi le cose! E allo stesso tempo di essere dimenticata, ma per questo posso farci ben poco.

2. SEGUI LE SERIE TV? SE SI, QUALI?

Non molto in realtà. Ho guardato per anni le repliche di Sex and the City, ora seguo Grey’s Anatomy (ora che è finita anche la dodicesima stagione avrò un’ora vuota alla settimana – sigh) e sporadicamente anche New Girl. A volte vedo qualche episodio di Modern Family o How I met your Mother o The Big Bang Theory. Figo!

3. QUAL È LA TUA CANZONE PREFERITA?

Mmmmmmmmmmhhhhhhhhhhhhhhh…………………… Senza pensarci troppo, al momento Farewell di Francesco Guccini.

4. SEI SODDISFATTO DEL TUO STILE DI VITA? VORRESTI CAMBIARE QUALCOSA ?

No, sono molto insoddisfatta, ma sto cercando di farci qualcosa. Vietato adagiarsi!

5. CREDI CHE L’AMORE ETERNO ESISTA?

Certo che esiste!

6. DI COSA NON POTRESTI PROPRIO FARE A MENO ?

Ora come ora, visto che sembra si alternino giorni di sole e caldo a giorni autunnali, dico proprio: la vera estate! Se potessi, sceglierei di vivere dov’è sempre estate, buuu il freddo.

7. DESCRIVITI CON TRE AGGETTIVI

Sognatrice, originale, lunatica

8. IN QUALE PERSONAGGIO LETTERARIO TI IDENTIFICHI MAGGIORMENTE?

Che domanda meravigliosa! Mmmhh vediamo… Decisamente Giovanna, in Penelope alla guerra, Oriana Fallaci.

9. SEI SODDISFATTO DELLA TUA ESPERIENZA DA BLOGGER ?

Premettendo che è iniziata da poco, ultimamente no, perché ho rallentato molto il ritmo, e non mi piace, vorrei continuare com’ero partita: in quarta.

10. QUAL È IL TUO FILM PREFERITO ?

Assolutamente Will Hunting – Genio ribelle.

11. TI SEI MAI PENTITO DI QUALCOSA?

Certo che sì, ma non ci sto troppo male, nel senso che ormai è successo, che ce devo fa’?

___________________________________

Nomino i seguenti 11 blog (in ordine casuale e anche se hanno più di 200 followers), perché li ho trovati particolarmente piacevoli:

  1. https://lapulcionavagabonda.wordpress.com
  2. https://m3mango.wordpress.com
  3. https://meinmilanblog.wordpress.com
  4. https://startafreelife.wordpress.com
  5. https://datemidaleggere.wordpress.com
  6. https://labiblionautabooks.wordpress.com
  7. https://wwayne.wordpress.com
  8. https://auradiluna.wordpress.com
  9. https://pensierisparsidiunapsicopatica.wordpress.com
  10. https://livelinest.wordpress.com
  11. https://recensionishoppingonline.wordpress.com

 

Dovete rispondere alle stesse domande a cui ho risposto io. Buon divertimento!

Non buttiamoci giù

Non buttiamoci giù è il romanzo del noto scrittore londinese Nick Hornby pubblicato nel 2005, da cui un paio di anni fa è stato tratto l’omonimo film.

Non buttiamoci giù: letteralmente o metaforicamente?

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La notte di Capodanno, statisticamente la notte in cui il numero di suicidi è più elevato, quattro insoliti personaggi si ritrovano sul tetto della Casa dei Suicidi a Londra, con l’intenzione, anzi la decisione, di buttarsi giù. I quattro non potrebbero essere più diversi tra loro, infatti, non credo che avrebbero potuto conoscersi in altre occasioni.

Martin Sharp, personaggio televisivo con la carriera ormai rovinata per essere stato a letto con una minorenne, è il primo a salire sul tetto. Dopo lo scandalo ha trascorso del tempo in carcere, ha divorziato e non vede più le sue due figlie, e nessuno gli fa offerte lavorative degne di nota. Perché non dovrebbe buttarsi di sotto?

La seconda a comparire è Maureen, donna di mezza età che non desidera nulla di più di una vita normale, cosa per lei piuttosto improbabile visto che si trova sola ad occuparsi di un figlio gravemente disabile, Matty, a cui dedica tutto il suo tempo.

Jess è un’adolescente ribelle che è stata rifiutata da Chas, è una tipetta molto particolare (e volgare) che mi ha conquistata subito. Reagisce in modo spropositato agli avvenimenti, è la figlia del Viceministro dell’Educazione e sua sorella è scomparsa un paio di anni fa.

“E così sono io: soffro di poca fantasia. Potrei fare quello che voglio, ogni giorno della mia vita, e a quanto pare quel che voglio è sclerare di zucca e litigare con tutti. Dirmi che potrei fare tutto quello che voglio è come levare il tappo dalla vasca da bagno e dopo dire all’acqua che può andare dove vuole. Voi provate, e vedrete che succede.”

L’ultimo ad arrivare sul tetto è JJ, ragazzo americano che consegna pizze, racconta agli altri di avere un cancro incurabile al cervello e spesso si ritrova a mediare tra le parti.

“Problema della mia generazione è che ci sentiamo tutti dei geni del cazzo. Far qualcosa per noi non è abbastanza, e neanche vendere qualcosa, o insegnare qualcosa o solamente combinare qualcosa: no, noi dobbiamo essere qualcosa. E’ un nostro inalienabile diritto, in quanto cittadini del ventunesimo secolo. Se Christina Aguilera o Britney Spears o qualche altro coglione di Idolo Americano possono essere qualcosa, perché io no? Dov’è quel che mi spetta? […] Ma avere talento non è mai abbastanza per renderci felici, giusto?”

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Sembra che ognuno di loro abbia degli ottimi motivi per togliersi la vita, ma dopo una lunga discussione, decidono di accompagnare Jess da Chas, in modo che possa dirgliene quattro. Così passa la notte di Capodanno e la mattina seguente, mentre fanno colazione, decidono di tenere duro altre sei settimane, cioè fino a San Valentino, il secondo giorno per numero di suicidi. Grazie a questo patto, iniziano a sentirsi una gang, quindi a sentirsi più vicini e meno soli.

“Magari, non lo so… Rivivere gli ultimi quindici anni o che. Finire il liceo. Dimenticarmi della musica. Diventare il tipo di persona disposta ad accontentarsi di quello che è invece che di quello che vuole essere, hai capito?”

Subito, però, scoprono che Chas ha raccontato la loro storia ai giornali, così si incontrano di nuovo e decidono di, ormai che ci sono, inventare una storia interessante da vendere ai media, in modo da guadagnarci qualcosa. Con questo guadagno decideranno poi di andare in viaggio tutti assieme, a Tenerife. Purtroppo non si rivela un’ottima idea, infatti, i quattro litigano tra loro e ritornano a Londra per niente soddisfatti e divertiti.

A San Valentino, riunitisi sul tetto della Casa dei Suicidi come concordato, incontrano un altro ragazzo che si sta per buttare giù e, nonostante loro cerchino di dissuaderlo, poco dopo si lancia nel vuoto. I personaggi restano tutti molto segnati da quest’esperienza e decidono di darsi ancora qualche settimana.

Nel frattempo Jess organizza un incontro tra i quattro “aspiranti suicidi” e i loro parenti e amici. Ci sono i genitori di Jess, l’ex moglie, le figlie e la nuova ex ragazza di Martin, il figlio di Maureen con due infermieri, un vecchio amico e l’ex ragazza di JJ. Per alcuni questo incontro si rivela d’aiuto, ma non per altri.

“Quello che ho ammesso era: non avevo voglia di suicidarmi perché odiavo la vita, ma perché l’amavo. E il nocciolo della questione, per me, è che questo è il sentimento di un sacco di gente che pensa a uccidersi: credo che anche Maureen e Jess e Martin si sentano così. Loro amano la vita, ma gli è andato tutto a culo completo, ed è per quello che li ho incontrati, ed è per quello che non ci siamo ancora divisi.”

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Questo è stato il primo libro di Nick Hornby che ho letto e non sono rimasta molto soddisfatta. Sì, è una storia simpatica, di compagnia, ma ha uno svolgimento secondo me troppo lento, oltre ad essere quasi ridicolmente irrealistica.

Innanzitutto, è molto improbabile che quattro aspiranti suicidi si incontrino con l’idea di togliersi la vita e dopo un paio di settimane vanno a divertirsi in vacanza, rimandando continuamente il momento in cui farla finita (tra l’altro tutti assieme, come avessero un solo cervello in quattro). Può essere il pretesto, magari piuttosto irrilevante, e quindi chiudiamo un occhio, va be’. Secondo: questi quattro personaggi, come ho scritto, sono diversissimi tra loro, quindi è prevedibile che litighino continuamente, ma poco dopo, chissà come, hanno già fatto pace.

Inoltre, soprattutto nella prima parte del libro, molti avvenimenti vengono narrati da più personaggi (ci sono, appunto, quattro voci narranti). Il lettore, dopo la prima volta, sa già di cosa si sta parlando e di conseguenza si annoia, anche perché il ritmo viene molto allungato. Per di più, non so se per scelta dell’autore o del traduttore o per cos’altro, tutto il libro è incredibilmente sgrammaticato, cose da far venire i brividi. Forse si tratta di un tentativo di differenziare i personaggi attraverso il loro modo di parlare.

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Il film, se possibile, si avvicina al ridicolo ancor più del libro. Cosa che non mi sarei aspettata, vedendo il cast: Pierce Brosnan, Toni Collette, Aaron Paul e Imogen Poots. Interpretazioni piuttosto mediocri (forse ad eccezione di Toni Collette) per una storia piatta, prevedibile e molto lontana dall’originale. Almeno non si è rivelato noioso, nonostante fosse palesemente finto.

Il tema del suicidio è affrontato in modo decisamente troppo leggero e superficiale, non si direbbe neanche che sia l’argomento del libro e del film, solo ogni tanto ci viene ricordato. Tutta la vicenda, che vista con obiettività dovrebbe essere molto drammatica, è invece avvolta da esagerato e falso buonismo.

Fondamentalmente si sarebbe dovuta fare una scelta: presentare un’opera (libro o film che sia) comica senza manipolare il tema del suicidio oppure presentare il suicidio in modo assolutamente più drammatico. Forse la (buona) intenzione di unire due facce di due medaglie diverse faceva sorridere, sta di fatto che né il libro né il film hanno molto spessore, si sono rivelati mediocri e, sebbene un tema del genere dovrebbe arricchire in qualche modo chi si presta ad ascoltare, non mi hanno lasciato niente.

Scelta simpatica per chi non vuole andare nel profondo, piena di pretesti per parlare di altre cose.

Non ti addormentare

Non ti addormentare è il consiglio della Christine di oggi per la Christine di domani. Non ti addormentare è anche il primo romanzo (2011), diventato bestseller, di S. J. Watson, scrittore inglese che si sta affermando a livello mondiale, conquistando i lettori con il suo stile mai scontato e con le sue storie ricche di colpi di scena e di suspense.

Christine Lucas è, appunto, la protagonista di questo stravolgente thriller psicologico.

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Christine è una bella signora di mezz’età che ogni mattina si sveglia senza memoria di chi è e di cos’è avvenuto. Ricorda vagamente soltanto avvenimenti e fatti di venti o trent’anni fa. Non riconosce la casa in cui vive e non ricorda il volto di suo marito. Proprio Ben, ogni giorno, fa sì che lei ricostruisca parte della sua vita, attraverso alcune foto appese in bagno, un album di fotografie e poco altro. Le spiega che è stato un incidente, anni prima, a ridurla così.

Un giorno, dopo che Ben è andato a lavoro, Christine riceve una telefonata da un certo dottor Nash. Che strano, Ben non gliene aveva parlato. Durante il loro incontro, il dottor Nash le spiega che, all’insaputa di suo marito, affinché non si senta inibita, lei sta tenendo un diario quotidiano in cui annota ciò che le succede, in modo da non dimenticarlo. Christine, una volta tornata a casa, corre a cercarlo e scopre che, proprio lei, sulla prima pagina del suo diario ha annotato: NON FIDARTI DI BEN.

Così Christine inizia a leggere la sua storia. Scopre che in qualche momento ha avuto dei momenti di lucidità, dei ricordi del suo passato, della casa in cui era cresciuta, di sua madre e di suo padre. Ben le ha spiegato che si sono conosciuti all’università, lui studiava chimica, lei era laureata in Lettere e sognava di scrivere romanzi. Dopodiché si sono fidanzati e sposati, ed erano felici. Nella casa dove vivevano prima, però, c’era stato un incendio, quindi hanno perso molti ricordi del passato. Ricordi che sarebbero stati utili per ricostruire la memoria di Christine. Gli chiede, avendo avuto una sensazione al riguardo, se scrivesse dei libri una volta. Ben risponde di no, faceva la segretaria in uno studio legale, poi è stata investita tornando da lavoro, e, inoltre, no, non hanno avuto figli.

Guardando i fuochi d’artificio, quella sera, le torna in mente un altro ricordo: è ad una festa con tante altre persone, si trova sul tetto a guardare i fuochi d’artificio con una cara amica dai capelli rossi., di cui però non ricorda il nome, e nemmeno Ben le è d’aiuto per suggerirglielo. Le dice che, nonostante abbia spesso dei ricordi, di lui non si ricorda mai.

L’autore riesce a catturare il lettore in ogni riga, rendendo quasi un dispiacere dover alzare gli occhi dal libro; si vuole assolutamente scoprire ciò che succederà: che fine farà Christine?

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La scrittura del diario in prima persona ci fa entrare nella testa di Christine, permettendoci di provare le sue emozioni e di confonderci, restando col fiato sospeso ad ogni pagina. Ogni giorno riesce ad annotare nuove scoperte che altrimenti andrebbero perdute e, come supposto dal dottor Nash, Christine fa grossi progressi, anche grazie alle visite alla sua vecchia casa, all’ospedale dov’è stata ricoverata dopo l’incidente e alla risonanza magnetica a cui si è sottoposta. Infatti, inizia a ricordare anche un romanzo che stava scrivendo, una gravidanza vissuta, un’aggressione. Non sa se si tratta del suo reale passato o se sia solo frutto della sua immaginazione, così cerca di informarsi come può, facendo domande a suo marito e al suo dottore.

Dopo aver capito che Christine stava recuperando alcuni vecchi ricordi, Ben, consapevole che la mattina seguente se ne sarà già dimenticata, decide di mostrarle altre cose, altri segreti, che lui considera pericolosi. Infatti ha paura che Christine, se le vedesse ogni mattina come se fosse la prima volta, rimarrebbe scioccata. Christine capisce la scelta di suo marito, sa che vuole proteggerla e al tempo stesso risparmiarsi una dolorosa fatica quotidiana, ma allo stesso tempo le costa molto giustificarlo, perché lei vuole conoscere la verità.

Ecco perché continua ad investigare nella sua vita, e pian piano nuove scoperte la inondano di sollievo, di sospetti e di terrore. Le sue infinite domande iniziano ad avere risposte e proprio queste risposte la condurranno su una strada agghiacciante. Il lettore inizia lentamente a riconoscere le bugie, a scinderle dalla verità, ed è facile che si faccia una chiara idea di come siano andate le cose, che riesca a risolvere il mistero, nonostante sia difficile darsi una spiegazione. L’autore, però, riesce, con una calma quasi irritante per chi non vede l’ora di conoscere la verità, a sciogliere tutti i nodi, raccontando in modo avvincente la vera storia di Christine, mantenendoci col fiato sospeso fino alle ultime pagine.

Si tratta, quindi, di un romanzo che va oltre il thriller, arrivando a toccare corde profonde dell’animo umano, grazie a riflessioni mai scontate su quanto sia importante la memoria per renderci gli individui che siamo. Da leggere assolutamente. Non ve ne pentirete.

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Da questo romanzo è stato tratto il film Before I go to sleep (2014) di Rowan Joffè, che riunisce straordinari attori: Nicole Kidman (Christine), Colin Firth (Ben) e Mark Strong (dottor Nash). Personalmente, avendo letto il libro e visto il cast stellare, sono rimasta piuttosto delusa dalla trasposizione cinematografica. Sebbene il romanzo sia molto lungo, il film è troppo corto, manca di scene, secondo me, importanti, risulta ripetitivo e la mia aspettativa di ritrovare i colpi di scena di cui avevo letto non è stata realizzata. Ciò nonostante, ho trovato l’interpretazione di Nicole Kidman molto coinvolgente, realistica ed emotiva; il cast si è rivelato la parte migliore di questa produzione.

Insomma, il film è mediocre tanto quanto è eccezionale il romanzo, per cui affrettatevi a leggerlo, sarà una piacevole sorpresa. Nel frattempo, io leggerò il secondo libro dell’autore: Io non ti conosco.

Buona lettura!

Augurerei anche una buona visione, ma non credo proprio ne valga la pena. Nel caso in cui qualcuno abbia visto il film (e/o letto il libro, ovviamente), mi dica che ne pensa.

 

Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore

Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore è tante cose. E’ una filosofia di vita, è un consiglio, un punto di vista. Tutto vero, ma è soprattutto il nome della pagina Facebook, nata ormai sei anni fa e seguita da (in questo momento) 191.976 persone, di Susanna Casciani, insegnante fiorentina di trent’anni. Negli scorsi mesi, Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore è diventato un libro e, mentre la primavera irrompeva nelle nostre giornate, il 22 marzo è uscito nelle librerie, edito da Mondadori.

 

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E’ superfluo dire che, ammirando da anni Susanna Casciani, sono corsa il giorno stesso ad acquistarlo. Poco dopo l’ho letto e da più di un mese è, finito, sulla scrivania ad aspettare di essere recensito.

Chi segue Susanna Casciani sa che quest’occasione le è capitata per caso, per sbaglio: insomma, non se l’è cercata. E’ stata contattata dalla Mondadori, che le ha proposto di pubblicare una raccolta dei testi che aveva scritto nel corso degli anni. Ma queste parole, già lette e conosciute dai followers, si sono arricchite, diventando una storia vera e propria, quindi un romanzo. Un romanzo che, come previsto, è andato a ruba, riscuotendo parecchio successo e dando il via ad altre iniziative. Infatti i lettori scattano una foto della loro copia nel luogo in cui si trovano e in seguito viene condivisa dalla scrittrice. Inoltre, oggi Susanna è presente al Salone Internazionale del Libro di Torino, ed è stata e sarà in giro per le città per i suoi firmacopie.

Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore racconta la storia di due ragazzi che c’erano una volta, “c’erano una volta perché adesso non ci sono più“, Anna e Tommaso. Infatti, dopo qualche anno di convivenza, Tommaso lascia Anna. Anna lo sapeva, perché le piccole cose non sembrano più tanto piccole quando vedi dove hanno portato, e per di più “conosceva le regole: non chiamarlo, non cercarlo, non seguirlo (!), non inviargli messaggi, bloccarlo su ogni social network, non giocarsi la dignità“. E così Anna inizia a tenere un diario, mezzo attraverso cui continuare a parlare con Tommaso.

Questo diario è un manifesto all’introspezione. Riesce a descrivere con emotività mai scontata i passaggi che avvengono nel cervello di una ragazza dopo una rottura. Il dover re-imparare a stare da sola, l’evitare le persone che farebbero troppe domande, l’odiarsi e il farsi forza, la voglia di rimettersi in piedi ma il senso di colpa ma le accuse all’altro, le ammissioni ma soprattutto i ricordi, così indelebili quanto dolorosi, quelli dell’inizio, in cui tutto appariva idilliaco.

Molte di queste riflessioni erano già state lette nella pagina di Susanna, che ha conquistato i cuori di migliaia di persone con il suo sentimentalismo che, a dirla tutta, manca un po’ nel mondo di oggi. Perché lei, in mezzo a tutto questo cinismo e nonostante la strafottenza della gente, nell’amore ci crede. Grazie al suo linguaggio fresco e intimo, riesce a dare una chiara idea delle emozioni che sono obiettivamente difficili da spiegare a parole.

Se almeno fosse maggio, se almeno fossi bella,
se almeno sapessi ballare, se almeno si vedessero le stelle,
se almeno avessi un sogno,
se almeno tu fossi ancora qui,
se almeno la mia voce si sentisse dappertutto,
se almeno qualcuno mi amasse da morire,
da lontano,
in segreto,
da anni,
se almeno avessi paura solo delle cose brutte e non anche di quelle belle,
se almeno ci fosse silenzio per via di un bacio.
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Dopo la fine e il diario di Anna, viene raccontato l’inizio, i primi dolci momenti che i due ragazzi hanno vissuto assieme, ognuno con le proprie nubi in testa e pesi nel cuore, innamorandosi l’uno dell’altra e scegliendosi con cura ogni giorno. Nonostante tutto.
“Era inevitabile. Ci sono storie che, nonostante tutto l’amore e l’impegno possibili, non ce la fanno. Ci sono storie che fin dall’inizio si capisce che non potranno che andare a finire male perché per ogni bacio e per ogni giorno colorato ci costringono a una fatica immane. Ci sono storie in cui non si fa altro che lottare contro un passato troppo ingombrante, ritrovandosi inevitabilmente a perdere. Poi ci sono le altre storie, quelle che sembrano essere, appunto, inevitabili. Il mondo pare cospirare per farle nascere e tutto avviene in maniera estremamente semplice.”
Dopodiché torniamo al diario di Anna, dove scrive che sogna il ritorno di Tommaso, che riacquista piano piano un po’ di entusiasmo e di speranza, che torna da se stessa e a pensare a se stessa, ad odiare e ad amare ancora, che si abitua e che, poco a poco, rinasce.
“Quel giorno mi ero ritrovata a prendere una decisione importante: diventare una di quelle persone che non dimenticano ciò che amano solo perché stanno cambiando, solo perché non c’è più tempo, solo perché sono state ferite, solo perché ormai è tardi per essere le migliori in qualcosa.”
La storia è punteggiata da colpi di scena raccontati con una tenerezza che fa sì che il lettore si affezioni ai protagonisti, proprio per merito delle parole di Susanna, che fanno breccia nel cuore di adolescenti e adulti e anziani, semplicemente perché sono capaci di raccontare la verità, verità in cui chiunque può ritrovarsi.
L’autrice è capace di far sbocciare da ogni pagina una dolcezza calda come un abbraccio, che ti fa sentire coccolato.
“Tu ringrazia, ringrazia tutti quelli che ci sono stati e che per un po’ ti hanno resa felice. Anche se non ce l’hanno fatta a rimanerti accanto. Non odiarli. Siamo deboli, siamo così deboli e fragili che ci è impossibile non ferirci a vicenda. E’ solo un tentativo come un altro di sopravvivere. E’ solo paura.”
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Le parole di Susanna, personalmente, mi hanno fatto riflettere molto e mi hanno permesso di guardare dentro me stessa mettendo a fuoco elementi che prima non avevo nemmeno notato. Ho capito tante cose del mio passato e del mio presente. Questo perché, credo, Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore è una storia che ognuno di noi ha vissuto almeno una volta, ci innamoriamo e veniamo abbandonati, ci spegniamo, ma in qualche modo riusciamo ad andare avanti. Il bello è che la storia è diversa per ogni persona, ci sono sfumature e dettagli che rendono unica ogni esperienza di questo tipo, ed è sempre confortante conoscere le storie degli altri. Perché non sei solo.
In questo mondo, non sei solo.
E se ti spegni, se pensi di non amare più, di non lasciarti coinvolgere per non stare male, sappi che non ne vale la pena e prima o poi tornerai ad amare. Ad essere romantico e vulnerabile, perché in fondo è una forza.
“Meglio conservare il nostro amore: magari ora pensiamo che sia la nostra rovina, in realtà sarà la nostra salvezza. Meglio non perdere la pessima abitudine di crederci. Meglio restare allenati all’amore. Meglio farsi trovare pronti.”
Grazie, Susanna, per questo spicchio di vita, per averci regalato i sentimenti che al giorno d’oggi è molto difficile trovare, nel mondo e nei libri. Grazie per l’amore che traspare dalle pagine del tuo libro, per i consigli, per averci fatto respirare un po’ di vita.
Attendiamo il prossimo. Io e le altre 191.976 persone che non mettono in un ripostiglio il cuore.